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Elizabeth Strout |
2021 |
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Oh William! |
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Oh William! |
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Serie |
# 3 |
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Non tradotto |
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Pulitzer Prize winner Elizabeth Strout explores the mysteries of marriage and the secrets we keep, as a former couple reckons with where they’ve come from - and what they’ve left behind. I would like to say a few things about my first husband, William. Lucy Barton is a writer, but her ex-husband, William, remains a hard man to read. William, she confesses, has always been a mystery to me. Another mystery is why the two have remained connected after all these years. They just are. So Lucy is both surprised and not surprised when William asks her to join him on a trip to investigate a recently uncovered family secret - one of those secrets that rearrange everything we think we know about the people closest to us. What happens next is nothing less than another example of what Hilary Mantel has called Elizabeth Strout’s “perfect attunement to the human condition”. There are fears and insecurities, simple joys and acts of tenderness, and revelations about affairs and other spouses, parents and their children. On every page of this exquisite novel we learn more about the quiet forces that hold us together - even after we’ve grown apart. At the heart of this story is the indomitable voice of Lucy Barton, who offers a profound, lasting reflection on the very nature of existence. “This is the way of life”, Lucy says: “the many things we do not know until it is too late. |
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Elizabeth Strout - Oh William!
Elizabeth Strout - Tutto è possibile
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Elizabeth Strout |
2017 |
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Tutto è possibile |
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Anything Is Possible |
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Serie |
# 2 |
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Einaudi, 2017 |
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La vita può lasciare senza fiato. Tutta quanta la vita, non solo quella di chi se n'è andato, come Lucy Barton, lasciandosi ogni cosa alle spalle. Anche la vita di chi è rimasto, la vita piccola e ordinaria della provincia americana, pur brulicante di emozioni impetuose sotto la cappa dell'immobilità. La vita di Pete Barton, ad esempio, un bambino di mezza età, eterno custode e prigioniero nella casa di famiglia. O le vite deragliate delle «Principessine Nicely», nomignolo ormai grottesco per promesse giovanili non mantenute. Riprendere quelle vite dopo molto tempo, conoscerle e riconoscerle, dà la stessa lancinante felicità di ogni ritorno a casa. Ad Amgash, Illinois, le vetrine dell'unica libreria ospitano l'ultima fatica di una concittadina, Lucy Barton, partita molti anni prima alla volta della sfavillante New York e mai più ritornata. E non vi è abitante del paese che non voglia accaparrarsene una copia. Perché quel libro, un memoir a quanto pare, racconta senza reticenze la storia di miseria e riscatto di una di loro, e insieme racconta la storia di tutti loro, quelli che sono rimasti fra le distese di mais e di soia del minuscolo centro del Midwest, con il suo carico di vergogna e desiderio, di gentilezza e rancore. A Patty Nicely la lettura di quelle memorie regala una dolcezza segreta, come avesse «un pezzo di caramella gialla appiccicata in fondo alla bocca». Patty, da bambina tanto graziosa da meritare, insieme alle sorelle, l'appellativo di «Principessina Nicely», è oggi una vecchia e grassa vedova, ancora tormentata dalla vergogna di un antico scandalo familiare e zimbello dei ragazzini della zona. Eppure lei, dal libro di Lucy Barton, si sente finalmente capita. Livida e aggressiva appare invece la reazione di Vicky, sorella maggiore di Lucy, quando, con il fratello Pete, invecchiato in solitudine senza mai davvero crescere, i tre si ritrovano nella casa di famiglia per la prima volta dopo diciassette anni. Vicky, rimasta al palo delle occasioni mancate, non perdona alla sorella scrittrice di aver tagliato i ponti con un passato insopportabile, di avercela fatta, e le parole che i tre fratelli si scambiano sono coltelli che affondano nella carne viva dei loro ricordi di bambini. Eppure Vicky si è presentata all'incontro con un commovente velo di rossetto sulle labbra, e Pete, nel disperato tentativo di rendere la casa casa, ha comprato un tappeto nuovo. Certo, le cicatrici sono quasi più della carne, per i personaggi di questi racconti, queste storie-capitolo di un'unica biografia collettiva, in dialogo serrato fra loro e con il romanzo che li ha preceduti, Mi chiamo Lucy Barton; certo, «siamo tutti quanti un casino, e anche se ce la mettiamo tutta, amiamo in modo imperfetto». Ma se ci si può rinnamorare ben oltre i settant'anni su un lungomare italiano, come capita a Mississippi Mary; se si può trovare sollievo dal dolore indicibile dell'esistenza in un momento di assoluta condivisione nella stanza anonima di un bed and breakfast, come capita a Charlie Macauley; se si può scovare un amico, un amico vero, nel retro di un teatrino amatoriale, proprio alla fine di ogni cosa, come capita a Abel Blaine, allora tutto, ma proprio tutto, è possibile. |
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Elizabeth Strout - Mi chiamo Lucy Barton
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Longlist |
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2016 |
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Elizabeth Strout |
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Mi chiamo Lucy Barton |
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My Name Is Lucy Barton |
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serie |
# 1 |
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Einaudi, 2017 |
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In una stanza d'ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l'assordante rumore del non detto. In quella stanza d'ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa più antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi. |
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Elizabeth Strout - Olive, ancora lei
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Elizabeth Strout |
2020 |
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Olive, ancora lei |
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Olive, Again,
2019 |
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Serie |
# 2 |
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Einaudi |
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Questa raccolta copre circa vent'anni di vita di Olive Kitteridge, gli ultimi, e ripercorre nel contempo la produzione narrativa di Elizabeth Strout. Fra i personaggi compaiono infatti figure già incontrate nelle sue opere precedenti: i ragazzi Burgess e l'Isabelle di Amy e Isabelle. E oltre ai personaggi tornano naturalmente i temi classici di Strout: le costrizioni familiari, la povertà, le infanzie violate, la vergogna sociale, il senso di colpa, il riscatto. Una sorta di malinconia aleggia in ogni pagina, poiché quasi ogni racconto contiene un congedo, da un luogo, una persona, o dalla vita stessa. Ma a far da contrasto alle miserie della vita vi sono lampi di pura abbagliante umanità. È nel ritrarre questi momenti di piena seppur effimera condivisione con gli altri esseri umani che Elizabeth Strout, qui come in ogni altra sua opera, si dimostra una grandissima scrittrice. |
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Elizabeth Strout - Olive Kitteridge
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Vincitore 2010 |
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Elizabeth Strout |
2009 |
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Olive Kitteridge |
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Olive Kitteridge,
2008 |
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Serie |
# 1 |
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Fazi |
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In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull'altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: "Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi". Con dolore, e con disarmante onestà, in "Olive Kitteridge" si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana - e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un'alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo "romanzo in racconti", del Premio Pulitzer 2009. |
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Elizabeth Strout - Olive Kitteridge
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Vincitore |
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2009 |
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Elizabeth Strout |
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Olive Kitteridge |
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Olive Kitteridge, 2009 |
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Fazi, 2009 |
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In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull'altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: "Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi". Con dolore, e con disarmante onestà, in "Olive Kitteridge" si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana - e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un'alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo "romanzo in racconti", del Premio Pulitzer 2009. |
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