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Viet Thanh Nguyen |
I Rifugiati |
Finalista 2018 |
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Neri Pozza, 2017 |
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The Refugees, 2017 |
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«In un paese dove i beni di proprietà erano l’unica cosa che contasse, non avevamo niente che ci appartenesse, a parte le storie». Cosí suona un passo contenuto in uno dei magnifici racconti di questo libro che Viet Thanh Nguyen ha voluto dedicare ai «rifugiati sparsi in tutto il mondo». È l’affermazione di una giovane vietnamita, la cui infanzia, in fuga dagli orrori della guerra, è stata segnata dalla drammatica esperienza di un barcone alla deriva e dalla morte del fratello ragazzino. A un certo punto della sua adolescenza negli Stati Uniti, la donna si imbatte nell’esperienza propria di ogni rifugiato: scoprire di non possedere niente, se non le storie, raccontate dai genitori o serbate nel proprio personale ricordo, che mostrano l’impossibilità di voltare le spalle al passato, alle persone e alle cose del vecchio mondo perduto. Come «indumenti abbandonati dai fantasmi», esse riaffiorano inevitabilmente. L’impossibilità dell’oblio che, come un macigno, pesa sulla necessaria ricerca di nuove identità ed appartenenze attraversa da cima a fondo tutte le storie narrate in questo libro. Dal giovane Liem che non riesce piú a riconoscere sé stesso nell’istante in cui apprende davvero che cosa significa a San Francisco dire di due maschi che sono una coppia «in senso romantico»; alla proprietaria del New Saigon Market che nella sua bottega, uno dei pochi posti a San Jose dove i vietnamiti possono acquistare il riso al gelsomino e l’anice stellato, vede riapparire i fantasmi della guerra nella persona della signora Hoa, ossessionata dall’idea della vendetta nei confronti dei comunisti che le hanno ucciso il figlio; a James Carver, nero cresciuto in Alabama, che a Quàng Trị, in Vietnam, scopre di aver generato una figlia fuori posto in «un mondo deciso ad assegnare a ciascuno il posto che gli spetta», l’inquieta ricerca di una nuova identità da parte di uomini con «due facce e due menti diverse», già oggetto delle pagine de Il simpatizzante, riemerge con chiarezza in quest’opera. «Libro importante di un grande scrittore con una conoscenza diretta del dramma dei diritti umani esploso sulla scena internazionale» (Washington Post), I rifugiati, accolto al suo apparire negli Stati Uniti da un grande successo di pubblico e di critica, costituisce una splendida conferma del talento di Viet Thanh Nguyen nel descrivere la complessa esistenza del «popolo nuovo» sorto dalle grandi migrazioni in atto nel mondo contemporaneo. «Storie degne di ammirazione non soltanto perché capaci di descrivere il trauma della migrazione forzata, ma anche perché affrontano i grandi temi dell’identità, della complessità dell’amore e della sessualità, del disagio di vivere... Nguyen scrive con una poesia unica». Financial Times "Storie di persone in bilico tra una patria devasta e un ricco paese d'adozione... Un libro bello e straziante" Joyce Carol Oates, New Yorker |
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Viet Thanh Nguyen - I Rifugiati
Viet Thanh Nguyen - Il simpatizzante
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Vincitore Vincitore |
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2016 |
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Viet Thanh Nguyen |
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Il simpatizzante |
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The Sympathizer, 2015 |
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Neri Pozza, 2016 |
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È il mese di aprile del 1975 a Saigon. Il mese nel quale la guerra che va avanti da tempo immemorabile ha cominciato ormai a perdere i pezzi. In una villa dalle mura ricoperte di cocci di vetro e di filo spinato arrugginito, il generale capo della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud, colto da improvvisa insonnia, vaga tra le stanze con la faccia di un pallore verdognolo. Il fronte settentrionale ha ceduto dinanzi all’avanzata dei Vietcong, gli aerei americani decollano giorno e notte con a bordo donne, bambini e orfani, e l’ordine ufficiale di evacuazione tarda a venire soltanto per evitare la rivolta in città. A bordo di un C-130, con un volo coperto, il Generale si appresta a raggiungere gli Stati Uniti con la famiglia e parte dei suoi uomini. Ufficiale magro dal portamento impeccabile, il Generale crede in Dio, nella moglie, nei figli, nei francesi, negli americani e… nell’assoluta fedeltà del suo uomo di fiducia, il solo tra i suoi sottoposti ad abitare a casa sua: il Capitano. Non sa che il Capitano è, in realtà, una spia, un dormiente, un uomo con due facce che fotografa in gran segreto ogni rapporto e dispaccio e li invia a Man, suo addestratore tra le fila Vietcong. Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, il Capitano ha studiato in un piccolo college della California meridionale, spedito da quelle parti da Man con una borsa di studio e il compito di apprendere la «mentalità degli Stati Uniti», un paese che, ai suoi occhi, si rivela subito cosí scioccamente narcisista da definire tutto «super» (i supermercati, le superstrade, Superman, il Super Bowl ecc.). Animato da un’autentica fede nel comunismo, rientrato in patria, ha sostenuto con tale rigore la sua parte di agente doppogiochista da risultare insospettabile agli occhi di tutti, anche a quelli di Bon, l’amico di lunga data che è entrato a far parte del famigerato «Phoenix Program» della CIA. In una Saigon in preda alla confusione, al caos e al terrore, il Capitano, il Generale e un nutrito gruppo di fuggiaschi scappano sotto la tempesta di fuoco dei Vietcong, tra una pioggia di razzi e granate che lasciano sulla pista dell’aeroporto della città i corpi inerti di moglie e figlio di Bon. Una volta a Los Angeles, nella città del futile mondo del cinema, gli orrori della guerra sembrano lontani. Ma un dilemma atroce attende il Capitano: seguire «le cose che contano», come l’ideologia e il credo politico, oppure lasciare prevalere le «illusioni della giovinezza», salvando la vita a Bon, l’amico con cui ha sigillato un patto di sangue durante l’adolescenza? |
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