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Benedetta Craveri - La contessa


Benedetta Craveri

La contessa

Vincitore 2022

Adelphi, 2021

 

«Io non credo nell’amore, è una malattia che passa com’è venuta ... prendetemi oggi, non contate di avermi domani» scrive Virgina Verasis di Castiglione a uno dei suoi innumerevoli amanti, palesando la sua esigenza più radicata e insopprimibile: non avere padroni. Un’esigenza che emerge prepotentemente dal racconto che della sua vita ci propone l’autrice di Amanti e regine. Tutti noi – grazie agli scritti di testimoni e biografi, a film e sceneggiati televisivi, nonché ai moltissimi ritratti fotografici che in anni recenti sono stati pubblicati ed esposti – crediamo di sapere chi sia stata la contessa di Castiglione: una «seduttrice seriale» di incomparabile bellezza che, dopo aver conquistato (secondo le istruzioni ricevute dal conte di Cavour) Napoleone III e abbagliato la corte del Secondo Impero, si chiuse in una casa senza specchi nascondendo ai propri occhi e a quelli del mondo la sua inarrestabile decadenza. Ma colei che Robert de Montesquiou consacrò per sempre come «la divine comtesse» è stata molto di più, e Benedetta Craveri, la quale ha rintracciato negli archivi italiani e francesi un’ingente mole di lettere totalmente inedite, ce lo fa scoprire lasciando che sia Virginia a parlarci di sé: dei suoi amori, delle sue ambizioni, delle sue paure, delle sue ossessioni. Vengono così alla luce aspetti sorprendenti di una donna che seppe usare il suo fascino, ma anche la sua intelligenza politica, la sua audacia, la sua volontà di dominio, la sua straordinaria abilità di commediante, e anche una buona dose di cinismo, per raggiungere un traguardo all’epoca inimmaginabile: disporre liberamente della propria esistenza. Una ribellione alle regole imposte dalla morale del secolo borghese che, scrive Craveri, "ha mantenuto intatta la sua forza incendiaria e che ancora oggi disturba, sconcerta, scandalizza». 

 

Benedetta Craveri - Madame Du Deffand e il suo mondo


Benedetta Craveri

Madame Du Deffand e il suo mondo

Vincitore Opera prima saggistica 1983

Adelphi, 1982

 

Madame du Deffand visse da libertina gli anni mirabilmente sventati della Reggenza; animò le feste perenni del «regno di Sceaux», dedito alla tirannia dello svago; esercitò la potenza di grande salonnière nella Parigi intorno alla metà del Settecento; sostenne in modo decisivo d’Alembert, fu amica di Voltaire, ma guardò con insofferenza agli illuministi come «partito»; si abbandonò, cieca e settantenne, alla più intensa passione della sua vita, quella per Horace Walpole, di molto più giovane di lei; rimase fino all’ultimo lo spirito lucidissimo che scriveva a Voltaire: «Non c’è parte che si possa recitare nel teatro del mondo a cui non preferirei il nulla». Se vogliamo respirare l’essenza più pura del Settecento non abbiamo che da aprire una delle sue lettere, le uniche paragonabili a quelle di Madame de Sévigné. Vi troviamo le peculiarità eminenti del secolo: il culto dell’intelligenza, la sovranità del gusto, il senso della naturalezza. Ma in Madame du Deffand esse sono spinte a un estremo doloroso, labili e scintillanti figure che spiccano su un fondo desertico. Perché ogni forma, per quanto perfetta, appare qui corrosa da un tarlo: il «flagello della lucidità» (Cioran), il riconoscimento del carattere torturante della coscienza, accompagnato dall’ossessione della «noia», che qui evoca la percezione acuta, cronica del nulla delle cose. Questo libro di Benedetta Craveri è la prima biografia di Madame du Deffand adeguata al suo oggetto: tentativo innanzitutto di far parlare i ricchissimi testi, osservando, ascoltando dall’interno questo essere aspro e conquistante, avvicinandosi al suo gioco segreto, quello di una «natura passionale che rinnega continuamente se stessa»; e insieme ricostruzione sottilmente calibrata del «mondo» di Madame du Deffand, una scena su cui sfilano e parlano d’Alembert e Voltaire, Julie de Lespinasse e Madame de Staal Delaunay, Montesquieu e Horace Walpole, e tante dame, tanti mondani, che magari ci hanno lasciato soltanto una frase memorabile. Una scena dove giungono gli echi delle mode, delle guerre, delle dispute, delle feste di una civiltà che vive in modo temerario il proprio compimento. Senza ricorrere ad alcuna delle categorie psicologiche fiorite in anni in cui «gli sciocchi sono banali e freddi», e non più «stravaganti e assurdi come una volta», la Craveri è riuscita a restituire il loro peso specifico, dato dalle circostanze e dalle tensioni del momento, alle parole di Madame du Deffand, rendendo nitidissima ai nostri occhi una figura che ha sempre sconcertato per i suoi scarti bruschi fra un doloroso distacco dal mondo, un’impietosa maestria mondana e una rovente intensità di sentimenti. Costruita come un continuo controcanto ai testi, questa biografia sembra felicemente contagiata dal tono della conversazione nel salon della protagonista. Scuola impeccabile per un biografo, se è vero – come scrisse Sainte-Beuve – che «Madame du Deffand ha in generale un merito: quello di essere vera».