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Benedetta Craveri - La contessa


Benedetta Craveri

La contessa

Vincitore 2022

Adelphi, 2021

 

«Io non credo nell’amore, è una malattia che passa com’è venuta ... prendetemi oggi, non contate di avermi domani» scrive Virgina Verasis di Castiglione a uno dei suoi innumerevoli amanti, palesando la sua esigenza più radicata e insopprimibile: non avere padroni. Un’esigenza che emerge prepotentemente dal racconto che della sua vita ci propone l’autrice di Amanti e regine. Tutti noi – grazie agli scritti di testimoni e biografi, a film e sceneggiati televisivi, nonché ai moltissimi ritratti fotografici che in anni recenti sono stati pubblicati ed esposti – crediamo di sapere chi sia stata la contessa di Castiglione: una «seduttrice seriale» di incomparabile bellezza che, dopo aver conquistato (secondo le istruzioni ricevute dal conte di Cavour) Napoleone III e abbagliato la corte del Secondo Impero, si chiuse in una casa senza specchi nascondendo ai propri occhi e a quelli del mondo la sua inarrestabile decadenza. Ma colei che Robert de Montesquiou consacrò per sempre come «la divine comtesse» è stata molto di più, e Benedetta Craveri, la quale ha rintracciato negli archivi italiani e francesi un’ingente mole di lettere totalmente inedite, ce lo fa scoprire lasciando che sia Virginia a parlarci di sé: dei suoi amori, delle sue ambizioni, delle sue paure, delle sue ossessioni. Vengono così alla luce aspetti sorprendenti di una donna che seppe usare il suo fascino, ma anche la sua intelligenza politica, la sua audacia, la sua volontà di dominio, la sua straordinaria abilità di commediante, e anche una buona dose di cinismo, per raggiungere un traguardo all’epoca inimmaginabile: disporre liberamente della propria esistenza. Una ribellione alle regole imposte dalla morale del secolo borghese che, scrive Craveri, "ha mantenuto intatta la sua forza incendiaria e che ancora oggi disturba, sconcerta, scandalizza». 

 

Bernardo Zannoni - I miei stupidi intenti


Bernardo Zannoni

I miei stupidi intenti

Vincitore Opera prima 2022

Sellerio, 2021

 

Questa è la lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Fra gli alberi dei boschi, le colline erbose, le tane sotterranee e la campagna soggiogata dall'uomo, si svela la storia di un animale diverso da tutti. Archy nasce una notte d'inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usa-no i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d'altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall'istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi. È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un'anomalia. A contraltare, tra le pagine di questo libro, il miracolo di una narrazione trascinante, che accompagna il lettore in una dimensione non più umana, proprio quando lo pone di fronte alle domande essenziali del nostro essere uomini e donne. I miei stupidi intenti è un romanzo ambizioso e limpido, ed è stato scritto da un ragazzo di soli venticinque anni. Come un segno di speranza, di futuro, per chi vive di libri.

 

Giovanni Battista Angioletti - Il giorno del giudizio


Giovanni Battista Angioletti

Il giorno del giudizio

Vincitore 1927

Ribet, 1928

 

Nel libro, che allora diede la fama all'autore, si possono rintracciare le strutture portanti della sua formazione, allargate alla grande cultura letteraria contemporanea da Gide a Proust a Joyce per risalire infine all'esempio di Flaubert

 

Giovanni Comisso - Gente di mare


Giovanni Comisso

Gente di mare

Vincitore 1928

Treves, 1928

 

Nell’estate del 1922, a bordo di un veliero chioggiotto, Giovanni Comisso naviga lungo le coste dell’alto Adriatico, osservando la vita operosa e silente dei pescatori, la danza lenta dei loro ritmi e delle loro abitudini, gli umori e le tristezze, i luoghi di una vita semplice e modesta, le rade, i porti, le osterie: nascono così le storie di Gente di mare, premio Bagutta nel 1928. Il piacere della libertà e del vagabondare è dominante; si avverte l’ebbrezza di un’esistenza in cui tutte le sensazioni sono così intense che gli uomini e le cose appaiono trasfigurati, avvolti in un’atmosfera incantata. Nella scrittura si combinano l’abbandono estatico alla contemplazione della natura e del mondo paesano delle lagune con i ritratti delle figure umane: pescatori, taglialegna, contadini, commercianti di terra e di mare, finanzieri, padroni di velieri, donne e ragazzi. Uomini e paesaggi raccontano una vicenda perpetua di partenze e di approdi. Dopo Gioventù che muore, La nave di Teseo continua la ripubblicazione dell’opera di Giovanni Comisso a cura di Paolo Di Paolo. “ Giovanni Comisso procede per accumulo di sensazioni. La commozione felice che suscitano molte sue pagine è data da questo intensissimo, estenuante tentativo di trattenere tutto, di non perdere niente, di cristallizzare nei sintagmi la lucentezza, il brillio, l’impermanenza delle cose.” Paolo Di Paolo “ Comisso è quel tipo di scrittore ‘naturale’, ‘puro’: uno scrittore con lo sguardo privo di qualunque artificio e diretto alla poesia universale delle cose.” Benedetta Centovalli “ Comisso rispondeva alla vita con la vita. La scrittura in lui è inesistente, tanto traspare sulle cose; e tanto è convinta e senza incertezze.” Pier Paolo Pasolini “ Narratore di momenti, affidato come un sughero alla corrente che viene e va.” Eugenio Montale

 

Vincenzo Cardarelli - Il sole a picco


Vincenzo Cardarelli

Il sole a picco

Vincitore 1929

Italiano editore, 1929

 

Cardarèlli, Vincenzo. - Scrittore (Tarquinia 1887 - Roma 1959), il cui vero nome era Nazareno Caldarelli. Nel 1919 fondò con altri la rivista La Ronda; collaboratore di numerosi giornali e periodici, dal 1949 diresse La Fiera Letteraria. Un autobiografismo tutto interiore e allusivo, un impressionismo e immaginismo che tendono a trasporsi in figurazioni di stagioni e paesi, trovano espressione nei toni pacatamente lirici delle sue prose di evocazione e di viaggio. Mentre nelle poesie il suo ideale di restaurazione classica, di un "ritorno a Leopardi" (propugnato in parecchi scritti polemici, e nella stessa linea direttiva della Ronda), mal si concilia con il fondo sensuale, ancora vagamente dannunziano, della sua ispirazione. Opere: Prologhi, 1916; Viaggi nel tempo, 1920; Favole e memorie, 1925; Il sole a picco, 1929; Parole all'orecchio, 1929; Parliamo dell'Italia, 1931; Giorni in piena, 1934; Poesie, 1936 (ed. definitiva 1942); Il cielo sulle città, 1939; Lettere non spedite, 1946; Poesie nuove, 1947; Solitario in Arcadia, 1948; Villa Tarantola, 1948; Il viaggiatore insocievole, 1953; Viaggio di un poeta in Russia, 1954. Postume: Opere complete, a cura di G. Raimondi, 1962, e La poltrona vuota, a cura di G. A. Cibotto e B. Blasi, 1969, raccolta dei suoi articoli e cronache teatrali dal 1910 al 1936.

 

Gino Rocca - Gli ultimi furono i primi


Gino Rocca

Gli ultimi furono i primi

Vincitore 1930

Treves, 1930

 

La prima ispirazione a scrivere il romanzo Gli ultimi furono i primi (Premio Bagutta 1931) è probabile che allo scrittore e giornalista Gino Rocca fosse venuta da una riflessione comune: Venezia città fuori dal tempo. In effetti la letteratura narrativa e poetica su Venezia, dalla fine dell’Ottocento ai primi anni nel Novecento, ha avuto il marchio delle sontuose pagine barresiane della Mort de Venise, nonché di D’Annunzio e Ruskin, i quali hanno celebrato il morboso disincanto della città lagunare che a Barrès dava persino la febbre. Il romanzo di Gino Rocca invece è estraneo da tali fascini: l’autore infatti immagina che ad un certo momento dello spasmodico progredire del ventesimo secolo, la rottura tra la civiltà meccanica e Venezia si è fatta irrimediabile e la città è davvero apparsa fuori dal tempo, recisa del tutto dai nuovi ideali. Le sue bellezze più preziose sono andate ad arricchire i musei d’America e delle città nordiche d’Europa; ad un breve periodo di spoliazione, dovuto anch’esso ad una sopravvivenza nell’animo dei “nuovi ricchi” del mondo di vecchie idee archeologiche, è succeduto il periodo dell’indifferenza o della facile ironia verso chi coltiva ancora la religione di certi ricordi. Venezia non è che ormai più che un desolato ammasso di rovine, con qualche decrepito palazzo ancora in piedi, puntellato alla meglio mentre le notizie dal mondo si apprendono dagli altoparlanti e sono rari in Europa, innocui maniaci, quelli che si divertono ancora con i segni dell’alfabeto. Protagonista del romanzo Gli ultimi furono i primi, è Alberto, un abulico con improvvisi scatti d’energia, un uomo consumato, con un passato burrascoso: moglie scappata di casa e figlio già avverso, Ma Alberto è sensibile, appassionato, spiritualmente si sente diverso dagli altri, ma non sa di preciso cosa vuole, pur avendo in se l’istinto al bene. Inoltre è un uomo colto, sicché lo zio. Riconoscendogli con una mentalità meccanizzata up to date che “ha un ingegno formidabile stoltamente sciupato”, gli propone di mettere a frutto il suo talento andando a sostituire a Venezia il vecchio bibliotecario della Marciana, L’Intendente come viene chiamato che ha lasciato la sede. Alberto parte e giunge a Venezia alla vigilia di Natale. Il suo compito ufficiale è quello di scegliere tra i libri rimasti nella biblioteca qualcuno di interesse, di farli rilegare e spedirli. Ma Alberto non è un bibliofilo e di Venezia ama ben altro che la carta stampata raccolta in una sua biblioteca in rovina. Di Venezia egli sente soprattutto un’epoca, la più tipica, il Settecento, e difatti Rocca, supponendo nel lettore un graduale e facile ambientamento nella realtà di Venezia da lui immaginata, mette subito il protagonista in medias res, nel magico cerchio di una visione settecentesca: “Vedeva la spatola, vedeva la lucida maschera nera, il vestito di sette colori, il cappello bianco rialzato sulla fronte gonfia, calato sulla gobba aguzza…”. Proprio con queste parole inizia il romanzo di Gino Rocca. A Venezia Alberto si lascia affondare in un’inerzia morale e fisica, animata solo da un’immaginazione che gira a vuoto. Il male del protagonista è molto profondo. Non è possibile aspettarsi che solo al contatto della decadente città, lo possa investire un nuovo ed improvviso impeto di vita, tale da resuscitare in lui un fremito d’azione. Alberto quindi assiste sempre più nauseato alla vita che gli si svolge intorno: egli è nauseato da quelle forme di vita quali la baldoria dell’albergo di lusso, dalle donne disinibite, e dai loro gretti uomini che ne sono amanti. Ma, nonostante questo male di vivere, in Alberto pulsa ancora, seppur nascosto, un principio di vita che affiorerà gradualmente verso la fine del romanzo, dove il cuore dell’uomo può finalmente abbandonarsi al sentimento per una donna. Il lento risorgere morale di Albero va seguito con attenzione per cogliere pienamente l’unità del romanzo e la sua solidità interna. Per Rocca ci è voluto un ambiente come la Venezia immaginata dallo scrittore, ovvero un morbido pantano è una situazione psicologica vicina a quella fisica della città, perché la figura di Alberto potesse assumere pian piano un umano rilievo, passando da uno stato di crisi inattiva a una febbre d’azione. (https://www.librinews.it/rece/ultimi-furono-primi-gino-rocca-recensione/)

 

Giovanni Titta Rosa - Il varco nel muro


Giovanni Titta Rosa

Il varco nel muro

Vincitore 1931

Carabba, 1931

 

Titta Ròsa⟩, Giovanni. - Pseudonimo dello scrittore e critico letterario Giovanni Battista Rosa (Santa Maria del Ponte, L'Aquila, 1891 - Milano 1972). Giovanissimo collaborò a varie riviste (da Lacerba a Riviera ligure); trasferitosi nel primo dopoguerra a Milano, fu redattore e collaboratore di giornali e periodici. Tanto nelle sue poesie (Plaustro istoriato, 1919; Alta luna, 1935, ecc., poi raccolte in Poesie d'una vita, 1956) quanto nei racconti e nelle prose (Il varco nel muro, 1931; Paese con figure, 1942; Niobe e il pittore, 1953) una vena lirica e idillica s'innesta su modi che risentono di un originario naturalismo. Come critico, ha saputo conciliare i postulati del crocianesimo con le esigenze della nuova letteratura (Invito al romanzo, 1930; Aria di casa Manzoni, 1946, n. ed. 1954; Secondo Ottocento, 1947; Poesia italiana del Novecento, 1953). Di particolare interesse la raccolta di articoli e saggi critici Vita letteraria del Novecento (3 voll., 1972).

 

Leonida Répaci - Storia dei fratelli Rupe


Leonida Répaci

Storia dei fratelli Rupe

Vincitore 1932

Ceschina, 1931

 

I fratelli Rupe, Sarmùra, la Calabria sono gli elementi che, intrecciandosi, danno vita al romanzo, protagonisti, ciascuno a suo modo, di una vicenda collocata agli albori del Ventesimo secolo, in un periodo di profondi rivolgimenti sociali. Il romanzo possiede una forte carica evocativa di sentimenti intensi e di drammi personali, familiari e collettivi. L’intreccio è ricco e la vivezza dei personaggi gli attribuiscono un fascino che dura nel tempo. Anche in una costruzione corale come quella de I fratelli Rupe, Répaci immette la sua capacità di indagare e raccontare della forza delle pulsioni che creano problemi, rompono equilibri, animano le esistenze. Si tratta spesso di relazioni dense di sensualità, talvolta tormentate, talaltra trasgressive. La pennellata dell’autore, mai approssimativa, è colorita, forte, espressiva, capace di dare al racconto densità e sapidità.

 

Raul Radice - Vita comica di Corinna


Raul Radice

Vita comica di Corinna

Vincitore 1933

Ceschina, 1933

 

 Radice, Raul. - Scrittore e giornalista italiano (Milano 1902 - Roma 1988). Critico drammatico di varî giornali e riviste, tra i quali il Corriere della sera (1963-73); già docente nell'Accademia nazionale d'arte drammatica, dopo la morte di S. D'Amico ne fu (1955-63) commissario e poi presidente. Il gusto per l'intreccio e un'acuta osservazione dei caratteri e del costume impronta la sua opera narrativa (L'educazione sentimentale, 1931; Vita comica di Corinna, 1933; Tre sorelle, 1940; Un matrimonio mancato, 1947; ecc.).

 

Enrico Sacchetti - Vita d'artista


Enrico Sacchetti

Vita d'artista

Vincitore 1935

Treves, 1935

 

42  disegni a tecnica mista di un menestrello veggente. 42 racconti per immagini usciti fuori quasi d’incanto, in pochissimo tempo, ma dopo una meditazione e un raccoglimento di oltre quarant’anni di vita. Un percorso d’arte e di visioni lungo il viale della panna mantecata. Una stagione all’inferno e una in paradiso. Una vita d’artista raccontata dall’altro lato della strada. Là dove il tempo ti dà l’occasione di ripartire da zero, di riflettere ad alta voce, di scherzarci ancora sopra e così tornare a giocare con la vita, con l’arte. La storia di un incontro, quello di Roberto Kunstler con Jonathan Giustini, un vecchio amico scrittore e giornalista. Ne esce fuori un pamphlet sull’arte e sulla vita. Un libro che regala segni e stimoli riflettendo se sia cosi veramente possibile, scrivendo o disegnando, concedersi purificatrici pause dall’essere.

 

Silvio Negro - Vaticano minore


Silvio Negro

Vaticano minore

Vincitore 1936

Hoepli, 1936

 

Silvio Negro (Chiampo, 15 aprile 1897 – Roma, 3 novembre 1959) è stato un giornalista, saggista e vaticanista italiano. Laureato in lettere presso l'università di Padova, nel 1926 entrò al Corriere della Sera, dapprima come cronista, poi come vaticanista, ossia commentatore per le questioni religiose e per quelle politiche relative alla Città del Vaticano. Dopo l'8 settembre 1943 si dimise dal Corriere della Sera per non collaborare con la Repubblica sociale. Dopo la fine della seconda guerra mondiale ritornò al Corriere come capo dell'ufficio romano. Autore di numerose opere, vinse il Premio Bagutta per la saggistica nel 1936. Nel 1958 venne nominato presidente dell'Ente Ville Venete. Silvio Negro fu anche importante collezionista di fotografie antiche; curò in vita l'allestimento di numerose mostre fotografiche e di trasmissioni televisive che utilizzavano antiche immagini fotografiche a scopo documentario. L'archivio è conservato dal 2003 nel Museo di Roma a Palazzo Braschi. 

 

Enrico Lupinacci - Casalis


Enrico Lupinacci

Casalis

Vincitore Opera prima 1948

Garzanti, 1947

 


 

Gualtieri di San Lazzaro - Parigi era viva


Gualtieri di San Lazzaro

Parigi era viva

Finalista 1949

Garzanti, 1948

 

È la lunga autobiografia, raccontata "in terza persona" sotto lo pseudonimo di Silvio, di un celebre editore e critico d'arte, nonché gallerista, uno spaccato della sua vita parigina vista da un'angolazione particolare, in cui le ragioni estetiche si mescolano con l'aneddoto e con la descrizione anche umana degli artisti nel loro contesto (lo studio di Kandinsky, le visite a Picasso, le conversazioni con Matisse e con Alberto Magnelli, le incomprensioni con de Chirico). Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa, 1904- 1974) fondò e diresse la rivista "XXe Siècle", pubblicata a Parigi a partire dal 1938, dedicando ogni numero a un diverso tema di arte contemporanea e illustrandolo con grafiche originali di maestri come Arp, Henri Laurens, Miró, Klee, Moore, Marino Marini, Magnelli e Picasso. Edito da Garzanti nel 1948 (Premio Bagutta Opera Prima 1949) e da Mondadori nel 1966, il libro diventa oggi una preziosa testimonianza di un clima culturale e dei suoi protagonisti, raccontati da un testimone diretto e partecipe. Viene qui riproposta l'edizione modificata e accresciuta dallo stesso autore nel 1966.