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Mimmo Gangemi |
2015 |
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La verità del giudice meschino |
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Serie |
# 3 |
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Garzanti |
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La pioggia battente scende rumorosa, mentre il cadavere di un uomo giace con la testa all’ingiù in una fossa sul litorale calabrese. È Marco Morello, figlio di un noto capobastone della zona. Tutti sono convinti che sia un delitto di mafia, una resa di conti. Tutti tranne Alberto Lenzi. Il «giudice meschino» preferirebbe continuare a tormentare il nuovo tirocinante e a flirtare con le colleghe, ma il caso gli è stato affidato e la pista mafiosa non lo convince. Lui sa chi può dirgli come stanno le cose, anche se questo significa uscire dalle indagini ufficiali: don Mico Rota, ex capobastone a mezzo tra onorata società e 'ndrangheta e suo miglior nemico. L’uomo si mostra ugualmente scettico. Quando un altro cadavere viene trovato, le indagini subiscono una brusca accelerazione. Si tratta di un poliziotto che tutti credevano corrotto e colluso con la ’ndrangheta. I giochi sembrano fatti, tanto più che gli omicidi paiono legati a un rituale simbolico delle cosche malavitose. Eppure a Lenzi qualcosa non quadra ancora. Brancolare nel buio per seguire una propria intuizione non è mai una bella sensazione per un magistrato, ma il fato a volte arriva ad aiutare i più audaci. Una telefonata anonima getta una luce nuova sul caso. Una svolta inquietante, sordida, losca. Una svolta che pare quasi impossibile. Ora quello che manca è solo il movente, il «sangue» che don Mico dice a Lenzi di cercare. E quando finalmente la soluzione dell’intreccio viene trovata, quello che lascia in bocca al «giudice meschino» è un amaro molto più pungente di quanto avrebbe mai immaginato. Dopo il successo del Patto del giudice, Mimmo Gangemi torna nella sua Calabria e al suo personaggio tanto amato, Alberto Lenzi. Il «giudice meschino» ha conquistato anche il pubblico televisivo nella nota fiction interpretata da Luca Zingaretti. La verità del giudice meschino è un nuovo caso in cui la corruzione incontra la sete di verità e la giustizia si mostra in tutti i suoi possibili risvolti. |
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Mimmo Gangemi - La verità del giudice meschino
Mimmo Gangemi - Il patto del giudice
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Mimmo Gangemi |
2013 |
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Il patto del giudice |
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Serie |
# 2 |
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Garzanti |
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La città è infuocata dalla rivolta. Per un giorno e una notte imperversano neri armati di bastoni, catene, spranghe di ferro. Poi se ne riappropriano i padroni, loro con pistole, fucili, coltelli. Mohà, Lodit e Kwei si sono nascosti. La vendetta li raggiunge ugualmente. L’unico testimone degli omicidi è Taiwo, che scappa lontano. Qualche mese dopo, in un container scaricato al porto, duecento chili di cocaina: i carabinieri montano la guardia, la droga scompare lo stesso, un funzionario della dogana fa una brutta fine. Due indagini parallele affidate ad Alberto Lenzi, il «giudice meschino» – magistrato indolente e indisciplinato e con un debole per le belle donne – nato e cresciuto in quella terra dove crimine vuol dire ’ndrangheta e dove nulla è come sembra. Giostrando sul filo del pericolo il suo rapporto diretto – di ingannevole complicità e amicizia – con un potente capobastone, Lenzi decifrerà i due misteri intrecciati, e farà la sua giustizia. Mimmo Gangemi è uno dei nostri grandi narratori, e in un poliziesco dallo stile unico sa restituire tutta la complessità dell’Italia di oggi. |
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Mimmo Gangemi - Alberto Lenzi
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Mimmo Gangemi Alberto Lenzi |
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Alberto Lenzi è un magistrato in servizio presso una procura calabrese, ed è un indigeno, un nativo dei luoghi dove esercita la sua professione, quindi. E dei luoghi conserva tutti i tratti esteriori peggiori: è pigro, indolente, ignavo, tende a sorvolare sui fatti di evidente matrice malavitosa che avvengono sui luoghi della sua giurisdizione, ma non per cattiveria, cattiva professionalità o, peggio ancora perché corrotto o colluso con i mafiosi che deve indagare. No: semplicemente perché il suo vivere a diretto contatto con l’ambiente lo ha reso in un certo qual modo assuefatto al modus vivendi dei luoghi, è innato in lui una certa rassegnazione, un certo tollerare, fingere di non vedere per quieto vivere, sminuire la portata penale di fatti ed eventi pressoché quotidiani del posto, conscio che certi comportamenti, lo sconfinare spesso e volentieri nell’illecito e nell’irregolare sono divenuti una vera e propria necessità dell’esistenza, un obbligo esistenziale nato dall’assoluta incapacità sociale di uno stato assente nei suoi presidi preventivi ed invece presente sul territorio con solo connotati repressivi. Lenzi lo sa perfettamente, e perciò si adegua, lascia correre i piccoli reati, le piccole ruberie, le irregolarità di vario tipo, le truffe e gli imbrogli a cui troppo spesso per assoluta mancanza di alternative sono costrette a ricorrere i nativi per sbarcare il lunario. Perciò allora Lenzi è detto meschino, il giudice meschino; intendendo con ciò non tanto che è un povero di spirito, tutt’altro, è un uomo intelligente, capace, un uomo retto e con saldi principi morali: no, il termine meschino sta qui a significare un uomo dalla moralità elastica, un uomo che riconduce la morale ad essere ridisegnata con un profilo più basso di fronte a certe circostanze tutto sommato riconducibili ad un livello accettabile. Alberto Lenzi è un uomo superficiale, ma non leggero o incosciente; è un donnaiolo, ma non privo di sentimento; è capace e intelligente, ma sa come spesso occorre girare la testa dall’altro lato. Meschino in questo senso, tollerante per forza di cose: ma quando il limite è superato, quando si esce drammaticamente e crudelmente fuori dal seminato, ma non più per bisogno ma per avidità, non per vivere ma per lucrare sull’esistenza altrui, ecco che Lenzi perde il suo essere placidamente e fatalisticamente accondiscende e rivela la sua vera essenza di calabrese tosto, intransigente e tenace come la dura roccia aspra montana. |
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Romanzi |
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1 |
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2 |
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3 |
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Mimmo Gangemi - Il giudice meschino
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Finalista 2010 |
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Mimmo Gangemi |
2010 |
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Il giudice meschino |
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Serie |
# 1 |
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Einaudi |
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Un giudice muore per mano di balordi. E i balordi muoiono per mano della 'ndrangheta, che non tollera si disturbi il prosperare dei suoi affari. Almeno, cosí sembra. Alberto Lenzi, magistrato scioperato e donnaiolo, colpito dalla morte del collega e amico, si tuffa a capofitto nelle indagini. Lo instradano in una diversa direzione le sibilline, gustose parabole di don Mico Rota, capobastone della 'ndrangheta, e il fortuito emergere di elementi legati a un traffico di rifiuti tossici. Una «commedia umana» dove si muovono personaggi verissimi, contraddittori, sfaccettati, che inseguendo il proprio meschino tornaconto arrivano tuttavia a svelare una realtà che va molto oltre la 'ndrangheta. «Il limone si staccò e finí in terra a fare compagnia a tanti altri ormai infraciditi. Don Mico ne avvertí il tonfo lieve, l'andò a raccogliere, lo strofinò a lungo sotto un filo d'acqua della fontanina, estrasse il coltello da pota e prese a sezionarlo in strisce sottili che si portava alla bocca. Smorfie mentre ne masticava. Sapeva però di libertà, quel sapore acre, l'acquolina di cui gli si ammaricava la bocca». |
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