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Sergio Givone - Favola delle cose ultime


Sergio Givone

Favola delle cose ultime

Finalista narrativa italiana 1999

Einaudi, 2015


C’era una volta una terra strana, diversa da tutte le altre: terra d’acqua, l’ha chiamata un poeta. Era il mondo delle risaie. non le risaie come le conosciamo ora, dopo l’avvento della chimica e dei diserbanti, che le hanno trasformate in bacini spenti dove si produce il riso. Al contrario, le risaie brulicanti di vita. Ma anche di sogni. E di pensieri estremi. Pensieri che riflettono il cielo nella terra. E la terra nel cielo. Come le risaie, appunto. Anche la gente che vi abitava era gente strana. Forse per via di quei sogni e di quei pensieri. Sia come sia, da quelle parti le cose ultime, vale a dire le questioni sulla vita e sulla morte che nessun filosofo sembra piú disposto ad affrontare, ma che in fondo sono le sole degne, trovavano sempre qualcuno che osasse riproporle: un vagabondo, un vecchio prete, un agrimensore che era stato amico di Gadda, un ex calciatore della Pro Vercelli, due montanari un po’ balordi come i loro nomi Luno e Laltro, e tanti ancora, per non parlare delle mondine… Come se problemi un tempo al centro dell’attenzione, ma ormai materia di favola, si fossero persi e arenati in quella regione di confine, dove le geometrie perfette dei campi aprono sull’infinito. Il protagonista di questo che è anche un romanzo filosofico – un ragazzino dai natali incerti di nome Ranabota – prende terribilmente sul serio le domande che hanno nutrito la sua infanzia e la sua adolescenza, come se ne andasse della sua stessa vita. E infatti ne va. Trascinato, piú che dagli eventi, dalla sua inquietudine intellettuale, viene a trovarsi in modo nient’affatto casuale nel luogo in cui tutti i nodi si stringono: a Sarajevo, nell’infuriare della guerra. Il suo è un disperato soccombere nella sordità generale. Ma qualcosa rimane. Qualcosa come una ferita sulla superficie del nulla.

 

Sergio Givone - Prima lezione di estetica

 

 


Sergio Givone

2011

Prima lezione di estetica

Che cosa è l’estetica? Cosa significa orientarsi nel mondo dell’estetica?

 

 


Sergio Givone - Nel nome di un dio barbaro





Sergio Givone

Nel nome di un dio barbaro

Candidato 2002

(Edizione Einaudi, 2015)

 

Un oscuro episodio di eros, violenza e guerra apre il romanzo. Un delitto senza castigo né espiazione. E che in ogni caso non placa quel dio barbaro che è pur sempre Amore.

Rigomago, provincia profonda. È una sera del febbraio 1921 e in un vecchio palazzotto di città si danno appuntamento personaggi privi d'identità sociale, misantropi sublimi, anime in pena, sognatori. Credono di averlo già pagato il conto con la vita. E invece... Il padrone di casa, giovin signore che vive della vita degli altri più che della sua, medita un gesto estremo. Ma prima di intraprendere il suo viaggio verso il nulla rivolge un ultimo sguardo al mondo che s'inabissa. Forse cerca un aiuto, o un viatico. E crede di trovarlo in certi quadernetti neri. Dove lui stesso ha raccontato la storia di ciascuno dei suoi ospiti.

Sono microtragedie ironiche e patetiche che un filo comune lega. Come quella in cui una lettera inaspettata e priva di mittente basta a sconvolgere l'esistenza di un lui e di una lei incatenati da un sentimento esclusivo. O come quell'altra in cui il caso fa balenare a una giovane coppia l'immagine di un paradiso a portata di mano, trascinandola in un'avventura votata alla catastrofe. Per non parlare dello zingaro che arriva, irrompe nella vita di chi mai e poi mai se lo aspetterebbe, e subito è un incendio che fa luce e porta rovina.

Sempre si tratta dello straniero che incanta e seduce ma nello stesso tempo ferisce al cuore, anche in modo mortale. Non è lui il dio barbaro, dio tenero e crudele, ultimo dio rimasto all'uomo non si sa se per consolarlo o per tormentarlo?

O forse c'è dell'altro. C'è la strana ma preziosa alchimia spirituale che converte gli inganni del cuore e della mente in una forma paradossale di verità. Secondo l'antico detto tragico per cui non è data nessuna conoscenza se non attraverso il dolore.