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Finalista |
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1958 |
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Wallace Stevens |
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Il mondo come meditazione: ultime poesie 1950-1955 |
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Opus Posthumous |
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Guanda, 1998 |
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In questo volume sono raccolte tutte le poesie che Wallace Stevens ha scritto negli ultimi sei anni di vita. Si tratta, probabilmente, del punto più alto raggiunto nella sua vicenda intellettuale e stilistica da uno dei maestri della poesia americana. Stevens è capace - come forse nessun altro nel Novecento - di conciliare densità e trasparenza, di cogliere l'essenza delle cose dietro e attraverso la loro vivida varietà e concretezza. In questi versi, come scrive Massimo Bacigalupo nella sua introduzione, "egli tocca dei punti nevralgici della nostra esistenza (...) Come in altre opere di poesia a suo modo pura, ad esempio nei sonetti di Shakespeare, il mondo diventa retorica ma poi la retorica della lingua più rigogliosa esemplificata torna a toccare il mondo. L'originalità e la potenza e l'umiltà artigianale di Stevens non sono seconde a nessun poeta della tradizione che egli rinnovò facendone tabula rasa". |
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Wallace Stevens - Il mondo come meditazione: ultime poesie 1950-1955
Wallace Stevens - Il mondo come meditazione: ultime poesie 1950-1955
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Vincitore |
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1955 |
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Wallace Stevens |
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Il mondo come meditazione: ultime poesie 1950-1955 |
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The Collected Poems of Wallace Stevens |
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Guanda, 2010 |
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In questo volume sono raccolte tutte le poesie che Wallace Stevens ha scritto negli ultimi sei anni di vita. Si tratta, probabilmente, del punto più alto raggiunto nella sua vicenda intellettuale e stilistica da uno dei maestri della poesia americana. Stevens è capace - come forse nessun altro nel Novecento - di conciliare densità e trasparenza, di cogliere l'essenza delle cose dietro e attraverso la loro vivida varietà e concretezza. In questi versi, come scrive Massimo Bacigalupo nella sua introduzione, "egli tocca dei punti nevralgici della nostra esistenza (...) Come in altre opere di poesia a suo modo pura, ad esempio nei sonetti di Shakespeare, il mondo diventa retorica ma poi la retorica della lingua più rigogliosa esemplificata torna a toccare il mondo. L'originalità e la potenza e l'umiltà artigianale di Stevens non sono seconde a nessun poeta della tradizione che egli rinnovò facendone tabula rasa". |
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Wallace Stevens - Aurore d'autunno
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Vincitore |
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1951 |
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Wallace Stevens |
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Aurore d'autunno |
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The Auroras of Autumn |
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Adelphi, 2014 |
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Aurore d'autunno è il libro più trasparente di un poeta sovranamente arduo. Giunto alla soglia dei settant'anni, Stevens medita in pentametri giambici sulla propria vita, sulla poesia e, di fronte allo spettacolo incandescente della natura, accusa il fallimento dell'immaginazione. Ma lo fa, paradossalmente, in poemi perfetti, come Una sera qualunque a New Haven. Le aurore d'autunno, scrive nel novembre 1950 a Paule Vidal, sono «le notti di primo autunno che a volte a Hartford hanno lo stesso riverbero dell'aurora boreale». E la loro «effulgescenza artica» impone un nuovo registro linguistico: abbandonato il tono sublime, il vecchio poeta lascia che affiorino parole semplici, piane. È una vera e propria svolta, che ci rivela uno Stevens insolito, incline all'immanenza, a un appassionato rapporto con la terra. L'uomo è colto nel suo habitat naturale che è fatto di tempo atmosferico: se alza gli occhi al cielo le cose appaiono di una solitudine cosmica, e lo sguardo si abitua a un'assenza di rivelazione. È qui la novità delle Aurore. L'autunno non è la stagione keatsiana della bellezza dolce e matura: verso la fine della vita la realtà appare più povera di desiderio, più priva di speranza – e anche più vera. In questo senso Stevens è, non meno di Eliot e Pound, poeta dell'epoca moderna. Non a caso, Harold Bloom definirà la nostra non «l'età di Pound», ma «l'èra di Stevens». E Northrop Frye incoronerà Stevens come «uno dei nostri poeti essenziali». |
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