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Giulio Cattaneo - L'uomo della novità


Giulio Cattaneo

L'uomo della novità

Vincitore Opera prima narrativa 1968

Garzanti, 1968

 

Chi era veramente Ferdinando Tartaglia, protagonista dell'esperienza religiosa forse più radicale ed estrema del Novecento? Che cosa ha scritto? E come mai un pensatore di quel livello è rimasto e rimane tuttora misconosciuto se non decisamente ignoto? Una risposta carica di rivelazioni e suggestioni ci è offerta dal mirabile ritratto che a Tartaglia ha dedicato, nel 1968, Giulio Cattaneo. Un ritratto, come ha scritto Attilio Bertolucci, cui fa da sfondo una Firenze «corsa da tramontane e da eresie parimenti vivificanti ma ahimè non durature», illuminato «a sprazzi mobili, veloci e imprendibili dalla predicazione volante dell'indimenticabile protagonista» e che, con la sua naturalezza e asciuttezza, sembra riallacciarsi idealmente «ai memorialisti e ai cronisti spassionati di tanti secoli addietro». Scorrono davanti ai nostri occhi le frequentazioni di Tartaglia e il vasto ventaglio delle sue letture, dai provenzali a Donne, da Proust a Charles Lamb, dall'Aminta alla Tempesta, e poi i venerati Agostino, Spinoza e Bergson; il contesto socio-politico, dalle Case del Popolo ai Centri di Orientamento Sociale ai circoli socialisti e liberali, cioè i luoghi dove l'uomo della novità inscenava aspramente il versante engagé della sua visione del mondo; il paesaggio tra Parma e la Toscana con i «crepuscoli lunghissimi» che scendono sui poggi e i «lumi della sera» che punteggiano i borghi lontani.

 


Giulio Cattaneo - Da inverno a inverno



Giulio Cattaneo

Da inverno a inverno

finalista 1969

il Mulino, 1993

 

Si stenta a crederlo, ma con l'esplosione narrativa di Giulio Cattaneo, quanto dire la «rivelazione» letteraria del '68, anche la generazione dei nati tra il '20 e il '30, la generazione sconfitta, delusa per definizione, schiacciata tra i padri e i figli, ha l'aria di voler dire una parola. Lo stile sembra essere quello di un'espressione attraversata dall'humour, da uno scetticismo beffardo e malinconico, non ignaro di pietà, avvezzato alla cattiveria. Fatti pubblici e privati visti con un occhio «diverso», scaltrito, critico; le cose del mondo ascoltate con un orecchio poco sensibile alle imbonizioni. È il caso di Da inverno a inverno: i fatti dell'anno di Dio, il 1944, ci si ripresentano completamente al di fuori della prospettiva in cui siamo soliti ambientarli. Uno studente fiorentine diciannovenne viene arruolato come soldato semplice nelle file dell'esercito tedesco; ammalatosi, viene spedito a Cortina d'Ampezzo; dimesso, cerca di riguadagnare Firenze ma si sperde nell'Appennino, raggiunge la Romagna e ripara nel paesino di San Tommaso, frazione di Cesena, ospite di una remota e gozzaniana casa di zii. Passano gli Alleati, il fronte di San Tommaso, in campagna, sembra quello dei racconti di Maupassant. Vero e sconcertante, il modo in cui Cattaneo rivisita quei tempi e quelle vicende. Alla semplicità naturale del racconto, che nella sua raffinatezza s'intarsia di continui riferimenti intellettuali e letterari (soprattutto Renato Serra, il Serra romagnolo) fa riscontro una pungente, intensa religiosità da Vangelo, la febbre e lo spazio dell'anima, la giovinezza al primo contatto col mondo. Dopo L'uomo della novità, si conferma la facoltà di «narrare» di Cattaneo: con quella scrittura precisa, impercettibilmente ironica, e insieme candida e come sbadata, come traballoni, meravigliosamente attenta ai prodigi della natura, ai trapassi d'atmosfera, all'avvicendarsi delle ore del giorno. Non esistono oggi altri esempi di un tale nativo dono di scrittura «primitiva» e «luminosa».

 

Giulio Cattaneo - L'uomo delle novità





Giulio Cattaneo

L'uomo delle novità

Candidato 1968

(Edizione Adelphi, 2002)

 

Chi era veramente Ferdinando Tartaglia, protagonista dell'esperienza religiosa forse più radicale ed estrema del Novecento? Che cosa ha scritto? E come mai un pensatore di quel livello è rimasto e rimane tuttora misconosciuto se non decisamente ignoto? Una risposta carica di rivelazioni e suggestioni ci è offerta dal mirabile ritratto che a Tartaglia ha dedicato, nel 1968, Giulio Cattaneo. Un ritratto, come ha scritto Attilio Bertolucci, cui fa da sfondo una Firenze «corsa da tramontane e da eresie parimenti vivificanti ma ahimè non durature», illuminato «a sprazzi mobili, veloci e imprendibili dalla predicazione volante dell'indimenticabile protagonista» e che, con la sua naturalezza e asciuttezza, sembra riallacciarsi idealmente «ai memorialisti e ai cronisti spassionati di tanti secoli addietro». Scorrono davanti ai nostri occhi le frequentazioni di Tartaglia e il vasto ventaglio delle sue letture, dai provenzali a Donne, da Proust a Charles Lamb, dall'Aminta alla Tempesta, e poi i venerati Agostino, Spinoza e Bergson; il contesto socio-politico, dalle Case del Popolo ai Centri di Orientamento Sociale ai circoli socialisti e liberali, cioè i luoghi dove l'uomo della novità inscenava aspramente il versante engagé della sua visione del mondo; il paesaggio tra Parma e la Toscana con i «crepuscoli lunghissimi» che scendono sui poggi e i «lumi della sera» che punteggiano i borghi lontani.