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Giuseppe D'Agata |
L'esercito di Scipione |
Premio speciale per un trattato sull'armistizio dell'8 settembre 1943, 1960 |
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Galileo, 1960 |
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Dopo l'8 settembre 1943 alcuni soldati e un maggiore, sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, si avviano da Treviso verso Bologna, dove abita uno dei soldati, Cesare. Lungo il percorso altri sbandati si aggregano al gruppo finché, arrivati a Bologna, Cesare trova un ricovero ai suoi compagni presso la falegnameria dove lavorava da civile. Grossi, il padrone, coglie l'occasione e se ne approfitta per far lavorare i soldati sbandati come operai malpagati, al posto dei lavoratori locali. Il maggiore invece, grazie al parroco don Bruno, trova alloggio presso la signora Barozzi, il cui marito è prigioniero di guerra. Il maggiore vorrebbe organizzare il gruppo in una formazione di resistenza antifascista sotto il suo comando, il gruppo Scipione, ma pian piano i vari componenti si distaccano: chi se ne va, chi si sistema altrove. Di conseguenza il gruppo, che il maggiore dirige senza troppo impegno, e che ha scarsi contatti con le altre formazioni partigiane più agguerrite e consapevoli, non va oltre a qualche volantinaggio notturno. Infine il maggiore e Milleto partono dirigendosi verso Sud, cercando di attraversare la linea del fronte. |
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Giuseppe D'Agata - L'esercito di Scipione
Giuseppe D'Agata - Primo il corpo
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Giuseppe D'Agata |
Primo il corpo |
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Candidato 1971 |
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(Edizione Bompiani, 1971) |
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Questo sorprendente romanzo di
Giuseppe D’Agata è un romanzo fatto “a treccia”: come dire che, invece di uno
spunto, ne ha due. Il primo costituito da una viaggio, naturalmente
immaginario, che Leonardo da Vinci, giovanissimo, compie nell’anno 1469 attraverso
una Francia affogata in una sorta di diluvio, e di cui riferisce a tre
discepoli (A., B. e C.), raccontando del suo incontro con François Villon,
l’infame poeta maledetto in fuga da Parigi, vecchio, sanguinante, ubriaco e
tuttavia ancora avido di vertigini amatorie. Un viaggio alla ricerca del senso
delle cose, della vita, dell’arte e della morte. Il secondo è costituito invece
dal rovello mentale di un pittore di anatomie dei nostri giorni, deluso e
prigioniero di rancori morali e ideologici, intorno a una relazione scientifica
che tratta con gelida, provocatoria e persino crudele insistenza, di un’orrenda
tortura della carne, della “rivolta cellulare”, del turpe Innominabile. Un
libro, dunque, che dura cinque secoli della “cultura moderna”, e che si sviluppa
intorno a un nucleo ideale, a un’interrogazione sui rapporti tra linguaggio e
vita, tra scienza e arte, tra menzogna e verità. Ma intorno a questo nucleo si
succedono le fasi di una duplice avventura emotiva ed erotica; deflagrano grumi
di generosa vitalità; si addensano come in un giuoco di ombre e profili di due
indimenticabili coppie di prototipi umani; si alternano amplessi di milleriana
e insieme arcaica corposità… E si compone una “favola” moderna che è
un’impavida radiografia di un’era del mondo: la favola in cui le cose della
vita (la scienza, la poesia, il lavoro, l’amore, il sesso) ritrovano la loro
origine viscerale; la favola in cui ciò di cui l’uomo è veramente fatto, cioè
la materia organica, finalmente inscena la propria ribellione. Ed è naturale
che questa ribellione sia consegnata a un libro fondamentalmente allegro:
allegro come gesti di scrittura, allegro per coraggio. |
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