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2008 |
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Julian Barnes |
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Niente paura |
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Nothing to Be Frightened Of |
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Einaudi, 2022 |
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«La morte è dolce; ci libera dalla paura della morte», scriveva Jules Renard quand’era giovane e in salute. «Una consolazione? No, è un sofisma. O piuttosto una prova supplementare che per sconfiggere la morte e i suoi terrori ci vuole ben piú della logica e del ragionamento». Lo sa bene Julian Barnes, che dell’una e dell’altro ha sempre fatto ampio uso nel tentativo di esorcizzare la piú atavica e insuperabile delle paure, quella della morte, senza mai riuscire ad addomesticarla. Quali armi restano, dunque, all’agnostico scrittore che, per trovare sollievo dall’idea dell’estinzione, non può neppure contare sul balsamo della fede? Be’, innanzitutto ricordare che, oltre a essere la piú viscerale e antica, la paura della morte è anche la piú comune e condivisa. E se è vero che «ogni tanatofobo ha bisogno del conforto temporaneo di un caso piú grave del proprio», guardarsi intorno può aiutare. Julian comincia dal suo entourage piú immediato, la famiglia di sangue – suo padre, un professore «amabile e tollerante», sua madre, anche lei insegnante, ma «lucida, categorica, apertamente intollerante delle opinioni contrarie», e suo fratello maggiore Jonathan, filosofo aristotelico, ateo, asciuttamente pragmatico – trovandoli tutti piú bravi di lui in «questa cosa del morire». Allarga quindi lo sguardo ai compagni quotidiani della sua vita, la sua «vera famiglia»: artisti, filosofi, compositori e soprattutto scrittori, in primo luogo Jules Renard, di cui ripercorre la breve esistenza segnata da lutti prematuri, ma anche Émile Zola, Stendhal, Somerset Maugham, l’amato Flaubert. Le loro risposte all’ineluttabilità della fine si affiancano, in questo semi-dolente excursus, a riflessioni sull’estasi estetica e la religione dell’arte, le réveil mortel e l’inaffidabilità della memoria, Richard Dawkins e i geni egoisti, le ultime parole e i vari tipi di paura, la criopreservazione e la distruzione del pianeta. Ne nasce una sorta di vasta «tanatoenciclopedia» con cui il Julian Barnes scrittore, complice una buona dose di umorismo, dimostra di aver saputo trovare, dopotutto, nella penna la via per la propria sopravvivenza. |
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Julian Barnes - Niente paura
Julian Barnes - Una storia del mondo in 10 capitoli e 1/2
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Julian Barnes |
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Una storia del mondo in 10 capitoli e 1/2 |
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A History of the World in 10 1/2 Chapters |
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Einaudi, 2013 |
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Quando le cronache ufficiali descrissero l’impresa di Noè, sorvolarono su una serie di episodi poco edificanti che, se fossero stati rivelati, avrebbero potuto ridimensionare il valore mitico dell’epopea. Nessuno, però, sapeva che un animaletto, salito a bordo da clandestino, era stato testimone di quei retroscena non proprio eroici, e aveva deciso di raccontarli. Come si conclusero i processi ecclesiastici celebrati nella Francia medievale contro quei tarli accusati di avere rosicchiato gli arredi sacri? Che cosa capitò a Spike Tiggler, l’astronauta che, dopo aver portato un pallone sulla luna, svelò il mistero del Monte Ararat? E quale fine fece l’unicorno che godeva di cosí tante attenzioni da parte della moglie di Noè? Rimbalzando di continuo tra epoche e situazioni diverse, Julian Barnes ripercorre le grandezze e le follie dell’umanità, lanciando una sfida ambiziosa alla fantasia del lettore: immaginare un mondo completamente nuovo. |
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Julian Barnes - Livelli di vita
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Julian Barnes |
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Livelli di vita |
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Hope Levels of Life, 2013 |
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Einaudi, 2013 |
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Questa è una storia d'aria (palloni aerostatici, levità, frontiere) e una storia di terra (zavorre, schermaglie, routine). Ed è una storia di precipizi, di cadute violente e barbari strappi, dopo che due cose sono state unite e nessun dislivello basta a separarle. Questa, in una parola, è un'invincibile storia d'amore. Tre leggendari pionieri ottocenteschi rivivono fra le pagine dell'originale e struggente mescolanza di fatti e finzione che è Livelli di vita: Fred Burnaby, colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese e viaggiatore per terre esotiche e inesplorate, la «divina» Sarah Bernhardt, la più grande attrice di tutti i tempi a detta di alcuni, e Félix Tournachon, il caricaturista, vignettista, aeronauta e celebre fotografo ritrattista noto come Nadar. Ad accomunarli, un'incomprimibile passione per il volo, l'impulso sacrilego a issarsi a bordo di una cesta di vimini appesa a un pallone e, affidandosi a un precario equilibrio di pesi e correnti, sganciarsi dal regno che ci è deputato per conquistare lo spazio degli dèi. Una buona metafora per ogni storia d'amore. Quella immaginata fra Burnaby e Sarah Bernhardt, ad esempio - l'aria, l'assenza di vincoli, l'eccentricità, lei; la concretezza, l'avventura, la disciplina, lui. O quella, cinquantennale, fra Nadar e l'afasica moglie Ernestine. Oppure la storia d'amore, durata trent'anni e poi proseguita, fra Julian Barnes e la moglie Pat Kavanagh. Storie in cui «metti insieme due cose che insieme non sono mai state e il mondo cambia», esempi di una «devozione uxoria» che travalica ogni barriera. Volare è esaltante e semidivino, volare è pericoloso. Un calcolo sbagliato, un vento contrario, un disegno avverso, o la casuale assenza di esso, e si può precipitare. Finire conficcati nel terreno fino al ginocchio, magari, con gli organi sparsi tutto intorno. |
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Julian Barnes - Il pappagallo di Flaubert
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Julian Barnes |
Il pappagallo di Flaubert |
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Finalista narrativa straniera 1988 |
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Einaudi, 2014 |
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Flaubert’s Parrot, 1984 |
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La «pura e semplice storia» di questo romanzo è quella di un vedovo, Geoffrey Braithwaite, medico inglese, in viaggio nei luoghi del suo autore di culto: Gustave Flaubert. Una sorta di pellegrinaggio fisico, ma soprattutto intellettuale alla ricerca di un frammento di verità possibile sulla vita, gli amori, gli amici, i vizi, le meschinità e la grandezza dell'impareggiabile maestro francese. Ma può mai essere pura una storia, e può forse essere semplice? A complicare ogni vita e perfino ogni biografia, vale a dire il preteso riassunto oggettivo di un'esistenza è la miriade di dettagli, il moltiplicarsi degli sguardi, l'affievolirsi e la costante fallacia della memoria. E il caso che, nella modesta avventura di Braithwaite, si presenta sotto forma di un pappagallo impagliato custodito nel museo di Rouen, forse proprio lo stesso esemplare che accompagnò la stesura di Un coeur simple. Forse proprio Loulou, che la morente Félicité trasforma, nell'ultima pagina del racconto, in una visione mistica, salvifica, struggente e grottesca dello Spirito Santo. Ridimensionando fino al ridicolo le proprie ambizioni, e costeggiando da presso il confine del maniacale, Braithwaite si mette perciò sulle tracce del «pappagallo di Flaubert», avanzo impagliato di una verità inattingibile. Frattanto lo scintillante tesoro di splendori e miserie di Gustave Flaubert è offerto al lettore in una varietà di generi e stili, dalla cronologia - le cronologie anzi, perché nemmeno le date recano qui la consolazione dell'univocità, per triplicarsi in possibili punti di osservazione - al bestiario, dai quesiti d'esame al saggio critico, dalle opere realizzate a quelle potenziali. Procede cosí l'inutile assedio del segreto essenziale al cuore del romanzo mentre, pagina dopo pagina, magistralmente, Barnes ci intrattiene con l'antico espediente del rinvio narrativo. Soltanto alla fine infatti affiorerà, ambigua e dolente, la pura e semplice storia di Braithwaite, intrecciata, nella sua dimessa eccezionalità, con le grandi invenzioni della letteratura. Susanna Basso |
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Julian Barnes - Arthur e George
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Shortlist |
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2005 |
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Julian Barnes |
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Arthur e George |
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Arthur & George |
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Einaudi, 2015 |
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A Great Wyrley, un tipico villaggio nella più tipica campagna inglese, succedono cose strane: mentre ad alcuni membri della comunità iniziano ad arrivare certe deliranti lettere anonime in cui gli insulti si mescolano ai vaneggiamenti religiosi, un maniaco sventra cavalli e bestiame annunciando il sacrificio di venti giovanette. Serve un colpevole, serve in fretta, e George, un giovane e riservato avvocato, ha tutte le carte in regola per fare da capro espiatorio: è timido, ha un disturbo agli occhi che rende bizzarro il suo aspetto, ma soprattutto è diverso. George Edalji, infatti, è un parsi: il padre viene dall'India, e dopo essersi convertito all'anglicanesimo e aver sposato una ragazza del posto è diventato il parroco di un paese non proprio a suo agio con chi ha la pelle più scura. George viene condannato ai lavori forzati ma accetta la pena con la dignità e la modestia di chi vuole solo "diventare inglese" e confida nella legge con più fervore di tanti altri "inglesi ufficiali". Quando la notizia del sopruso giunge alle orecchie di Arthur Conan Doyle, il celebrato creatore di Sherlock Holmes decide di impegnarsi in prima persona per restituire a George l'onore che gli è stato sottratto. Improvvisandosi detective egli stesso, Arthur metterà in pratica i metodi d'indagine e il geniale intuito del suo personaggio: scoprendo a sue spese quanto, a volte, la letteratura e la vita possano divergere. Arthur e George è un romanzo giallo. Ma è anche molto di più: una storia vera - gli echi del caso portarono all'istituzione della Corte d'appello nella giurisprudenza inglese - in cui i destini di due uomini si incastrano con quelli più ampi di una nazione; una delicata riflessione sulla vita, su due esistenze lontanissime che il caso decide di far incrociare; un'indagine sull'essere cittadini in un paese multietnico, sul pregiudizio e l'esclusione. E sopra a tutto un esempio smagliante di grande scrittura. |
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Julian Barnes - Il pappagallo di Flaubert
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Finalista |
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1984 |
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Julian Barnes |
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Il pappagallo di Flaubert |
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Flaubert's Parrot |
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Einaudi, 2014 |
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La «pura e semplice storia» di questo romanzo è quella di un vedovo, Geoffrey Braithwaite, medico inglese, in viaggio nei luoghi del suo autore di culto: Gustave Flaubert. Una sorta di pellegrinaggio fisico, ma soprattutto intellettuale alla ricerca di un frammento di verità possibile sulla vita, gli amori, gli amici, i vizi, le meschinità e la grandezza dell'impareggiabile maestro francese. Ma può mai essere pura una storia, e può forse essere semplice? A complicare ogni vita e perfino ogni biografia, vale a dire il preteso riassunto oggettivo di un'esistenza è la miriade di dettagli, il moltiplicarsi degli sguardi, l'affievolirsi e la costante fallacia della memoria. E il caso che, nella modesta avventura di Braithwaite, si presenta sotto forma di un pappagallo impagliato custodito nel museo di Rouen, forse proprio lo stesso esemplare che accompagnò la stesura di Un coeur simple. Forse proprio Loulou, che la morente Félicité trasforma, nell'ultima pagina del racconto, in una visione mistica, salvifica, struggente e grottesca dello Spirito Santo. Ridimensionando fino al ridicolo le proprie ambizioni, e costeggiando da presso il confine del maniacale, Braithwaite si mette perciò sulle tracce del «pappagallo di Flaubert», avanzo impagliato di una verità inattingibile. Frattanto lo scintillante tesoro di splendori e miserie di Gustave Flaubert è offerto al lettore in una varietà di generi e stili, dalla cronologia - le cronologie anzi, perché nemmeno le date recano qui la consolazione dell'univocità, per triplicarsi in possibili punti di osservazione - al bestiario, dai quesiti d'esame al saggio critico, dalle opere realizzate a quelle potenziali. Procede cosí l'inutile assedio del segreto essenziale al cuore del romanzo mentre, pagina dopo pagina, magistralmente, Barnes ci intrattiene con l'antico espediente del rinvio narrativo. Soltanto alla fine infatti affiorerà, ambigua e dolente, la pura e semplice storia di Braithwaite, intrecciata, nella sua dimessa eccezionalità, con le grandi invenzioni della letteratura. |
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Julian Barnes - England, England
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Finalista |
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1998 |
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Julian Barnes |
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England, England |
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England, England |
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Einaudi, 2015 |
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Sir Jack Pitman, un miliardario di dubbie origini, compra un'isola e vi ricostruisce il meglio dell'Inghilterra: i turisti possono ammirare il Big Ben la mattina, visitare Westminster di pomeriggio, recarsi a Stonehenge di sera... Pitman importa perfino delle attrazioni vive e vegete: la stessa famiglia reale, adescata con promesse sulla popolarità che potrebbe ricavarne, si ritrova a salutare la folla da Buckingham Palace, per quindici minuti al giorno - come da contratto. Attirati da questa finta Inghilterra in cui tutto funziona, presto i turisti internazionali snobbano quella vera; e gli inglesi, dal canto loro, cominciano a emigrare sull'isola, mentre l'Inghilterra originale perde prestigio e popolazione e ripiomba in un secondo Medioevo... Con questo romanzo Julian Barnes, uno dei piú apprezzati autori inglesi degli ultimi anni, ha scritto non solo una storia grottesca e parodica contro tutti i miti e le false tradizioni, ma anche una sorta di parabola sulla ricerca dell'autenticità. |
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Julian Barnes - Il senso di una fine
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Vincitore |
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2011 |
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Julian Barnes |
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Il senso di una fine |
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The Sense of an Ending |
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Einaudi, 2012 |
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Tony Webster è un uomo senza qualità. Negli studi e nel lavoro, nei sentimenti e, c'è da scommetterci, anche nel sesso. Ma la lettera con cui un avvocato gli annuncia il lascito di cinquecento sterline e di un diario proveniente dal passato scuote il fondo limaccioso della sua esistenza. Tony deve ora scoprire chi gli ha destinato quell'ingombrante eredità e perché ha scelto proprio lui, e quale segreto rabbiosamente custodito quel diario potrebbe rivelare. Nel porsi queste domande, s'imbatterà in risposte che avrebbe preferito non conoscere e dovrà imparare a sue spese che «la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato». La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un'inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all'adolescenza, quando Tony procedeva all'educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l'adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d'ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa cosí riflessione sulla fallacia della storia, «quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione», secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. |
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