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Tommaso Landolfi |
Il tradimento |
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Vincitore poesia 1977 |
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Rizzoli, 1977 |
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Come il diario in versi Viola di morte (1972), anche Il tradimento, che ne è «grave e terribile seguito», sembra alimentato dal furore e dalla rabbia, quasi che scrivere colmasse in Landolfi – sono parole di Citati – «una tremenda voragine esistenziale, che torna a riaprirsi alla fine di ogni poesia, più angosciosa di prima. Ora i suoi versi ci rivelano l'immediato scatto dei nervi: ora tendono alla scansione nuda dell'epigramma e dell'aforisma. Non volano mai, non cantano mai, non corteggiano mai le grazie dell'immagine e della musica». E la ragione è chiara, lacerante: ugualmente allettato dal versante ‘selvoso' della prosa e da quello ‘brullo', ‘spoglio' della poesia, Landolfi si sente ormai, da entrambi, ugualmente respinto. |
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Tommaso Landolfi - Il tradimento
Tommaso Landolfi - Ottavio di Saint Vincent
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Tommaso Landolfi |
Ottavio di Saint Vincent |
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Vincitore narrativa 1958 |
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Vallecchi, 1958 |
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Afflitto dalla miseria e dalla noia, il giovane poeta Ottavio di Saint-Vincent vive nella perenne attesa di qualcosa cui egli stesso non sa dare nome – e solo questa irragionevole attesa lo trattiene dal suicidio. Ma il destino può assumere forme strane e imprevedibili: quella, ad esempio, di una duchessa bella e ricchissima che, per sfuggire a sua volta alla noia, ha deciso di raccogliere «un giovane povero, un uomo disperato», magari «ubriaco, addormentato, incosciente», e di elevarlo temporaneamente al rango di duca e suo sposo. Con conseguenze altrettanto imprevedibili: la nuova vita – ricchezza, amore, potenza e onori – dischiusa a Ottavio dalla vertiginosa finzione si rivela non meno spaventosa della miseria, giacché si può conquistare tutto ma non sfuggire al tedio e alla consapevolezza che tutto è vano e nulla è vero. In questo racconto che ha l’ingannevole leggerezza della favola Landolfi ha saputo condensare le sue più segrete ossessioni: i labirinti del destino, la vocazione al gioco e alla perdita, la nostra atroce sorte di fantasmi: «Ah, come non vedete che noi tutti veniamo dalla stessa noia e andiamo verso lo stesso nulla?». Ottavio di Saint-Vincent apparve per la prima volta in volume nel 1958, preceduto da una ristampa di Le due zittelle. |
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Tommaso Landolfi - Rien va
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Tommaso Landolfi |
Rien va |
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Vincitore 1964 |
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Vallecchi, 1963 |
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Con Rien va Tommaso Landolfi, scrittore elusivo, mascherato, mistificatorio per eccellenza riguardo alla propria persona, ha scelto la via di un’ulteriore provocazione, rovesciando bruscamente i termini del gioco: pubblicato nel 1963, questo vero libro segreto – un diario del periodo ’58-60 – si inoltra infatti nell’intimo e non cela paure e ossessioni, dal denaro al tappeto verde alla scrittura stessa. Al centro, una sorpresa che è anch’essa un brusco rovesciamento rispetto alla vita precedente di Landolfi: la nascita di una bambina, con lo stupore e l’euforia che l’accompagnano. Così questo zibaldone di pensieri, spesso taglienti e sconcertanti, si presenta come l’unico squarcio capricciosamente concesso dall’autore sulla propria esistenza più nascosta. «La letteratura non è vita» scrive Landolfi in Rien va. Ma nulla più di un libro come questo vale a smentirlo. |
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Tommaso Landolfi - Le labrene
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Tommaso Landolfi |
Le labrene |
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finalista 1974 |
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Adelphi, 1994 |
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La labrena, ovvero il comune "geco", "turpe bestia" nel cui sguardo sono contenuti "tutto il male, tutto il dolore del mondo", è il perturbante emblema di questi sette racconti, giocati sul registro più congeniale a Landolfi, tra il grottesco e il fantastico. Questa volta il suo sguardo si diverte a irridere e a corrodere soprattutto le convenzioni sociali e sentimentali della famiglia borghese: la vita di coppia con la sua routine, il tradimento, il volto infernale dei parenti, lo straziante patetismo del sesso nella vecchiaia. Ma tale sguardo, lungi dal possedere la sorridente bonomia caricaturale cui siamo avvezzi, diviene lo strumento per immergerci in una dimensione di "smarrimento, angoscia, terrore". Benché ricordi a tratti Barbey d'Aurevilly o Villiers de l'Isle-Adam per l'indugio sulla crudeltà, Gogol' per le luci irreali e stranianti, Le labrene è landolfiano come pochi altri libri di Landolfi: nell'ibrido di dolore e di indifferenza, di gelido distacco e di complice pietà che ovunque riconosciamo, nei dialoghi come nelle trame; nell'orrore senza fine cui sembra fatalmente destinata ogni infelice marionetta mossa dai suoi fili; nel persistente sospetto che il nulla, sola e agognata via di salvezza, sia anch'esso una illusione ("Il vero incubo di Landolfi è questo: che il nulla non esista", nelle parole di Italo Calvino). |
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Tommaso Landolfi - Tre racconti
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Tommaso Landolfi |
Tre racconti |
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finalista 1964 |
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Adelphi, 1998 |
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Tre donne (e una quarta nell’ombra) sono al centro di questi racconti in vario modo d’amore, usciti per la prima volta nel 1964. Tre destini eccentrici, accomunati dal segno di un’anomalia palese o profonda. La muta, la troppo bella, l’insignificante e opaca – tutte si concedono, senza darsi. Perché? È in questo mistero, e nell’incapacità maschile a penetrarlo, il filo che lega le loro sorti. Gli uomini le incontrano, le desiderano, le possiedono: ma ogni volta senza riuscire a spezzare quella sorta di cristallo da cui ciascuna pare cinta e protetta. Inesorabilmente, le donne rimangono chiuse nel loro segreto: del quale – e dell’impotenza, dello stupore, della disperazione che ingenera – pagheranno un prezzo, più o meno doloroso. Con felice intuizione narrativa, Landolfi non fa parlare le tre donne, ma i loro compagni: ed è dunque dal punto di vista di chi non comprende, di chi ferisce perché ferito, che le storie prendono vita, tradotte in pagine di rara intensità e alto coinvolgimento emotivo, che respirano con il fiato breve e ansioso dei protagonisti. |
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Tommaso Landolfi - Rien va
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Tommaso Landolfi |
Rien va |
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Candidato 1963 |
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(Edizione Adelphi, 1998) |
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Con Rien va Tommaso Landolfi, scrittore elusivo, mascherato, mistificatorio per eccellenza riguardo alla propria persona, ha scelto la via di un’ulteriore provocazione, rovesciando bruscamente i termini del gioco: pubblicato nel 1963, questo vero libro segreto – un diario del periodo ’58-60 – si inoltra infatti nell’intimo e non cela paure e ossessioni, dal denaro al tappeto verde alla scrittura stessa. Al centro, una sorpresa che è anch’essa un brusco rovesciamento rispetto alla vita precedente di Landolfi: la nascita di una bambina, con lo stupore e l’euforia che l’accompagnano. Così questo zibaldone di pensieri, spesso taglienti e sconcertanti, si presenta come l’unico squarcio capricciosamente concesso dall’autore sulla propria esistenza più nascosta. «La letteratura non è vita» scrive Landolfi in Rien va. Ma nulla più di un libro come questo vale a smentirlo. |
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Tommaso Landolfi - Ottavio di Saint Vincent
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Tommaso Landolfi |
Ottavio di Saint Vincent |
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Candidato 1958 |
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(Edizione Adelphi, 2000) |
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Afflitto dalla miseria e dalla noia, il giovane poeta Ottavio di Saint-Vincent vive nella perenne attesa di qualcosa cui egli stesso non sa dare nome – e solo questa irragionevole attesa lo trattiene dal suicidio. Ma il destino può assumere forme strane e imprevedibili: quella, ad esempio, di una duchessa bella e ricchissima che, per sfuggire a sua volta alla noia, ha deciso di raccogliere «un giovane povero, un uomo disperato», magari «ubriaco, addormentato, incosciente», e di elevarlo temporaneamente al rango di duca e suo sposo. Con conseguenze altrettanto imprevedibili: la nuova vita – ricchezza, amore, potenza e onori – dischiusa a Ottavio dalla vertiginosa finzione si rivela non meno spaventosa della miseria, giacché si può conquistare tutto ma non sfuggire al tedio e alla consapevolezza che tutto è vano e nulla è vero. In questo racconto che ha l’ingannevole leggerezza della favola Landolfi ha saputo condensare le sue più segrete ossessioni: i labirinti del destino, la vocazione al gioco e alla perdita, la nostra atroce sorte di fantasmi: «Ah, come non vedete che noi tutti veniamo dalla stessa noia e andiamo verso lo stesso nulla?». |
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Tommaso Landolfi - A caso
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Tommaso Landolfi |
A caso |
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Vincitore 1975 |
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(Edizione Adelphi, 2020) |
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Non è amabilmente consolatore, il mondo di Landolfi, né amichevole, né tantomeno compiacente. Estraneo, piuttosto, luminosamente torbido e degradato. E, come in questa raccolta di racconti del 1975 – l'ultima sua –, più che mai urtante, percorso com'è da un eros luttuoso e sogghignante, da orride agnizioni, da avvilenti confessioni, da personaggi oltraggiati dalla vita, feriti dall'«invalicabile stridore» che li separa dagli altri, torturati da un'animale e irrimediabile tristezza. Sicché ogni racconto cela una sorpresa che ha su di noi lo stesso effetto di «un'unghia che stride contro un vetro, o d'una carezza contropelo» (I. Calvino): ci fa rabbrividire, e subito vorremmo scacciarla. Invano: incapsulata in una lingua tanto inconsueta quanto secca, lucida ed esatta, ogni immagine torna a riaffacciarsi, come una piccola testa malevola. Il fatto è che per Landolfi, uccisa ogni speranza, dobbiamo accontentarci «di gioie ambigue, torte e per giunta fuggevoli». Non c'è altra via di scampo, se non, estremo rimedio, un «genosuicidio» capace di liberarci da una «abominosa storia». |
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