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Anna Banti - Le donne muoiono


Anna Banti

Le donne muoiono

Premio speciale narrativa 1952

Mondadori, 1951

 

Le donne muoiono è ambientato in un futuro lontano, nel 2617. A Valloria, città lacustre vicina alla rovine dell’antica Venezia, un giovane studente manifesta all’improvviso i segni di una strana malattia. Come un vecchio, ricorda cose di un tempo sconosciuto ai più. Nel giro di poco tempo il morbo, denominato seconda memoria, si propaga a tutti i giovani maschi. Tutti ricordano di vite passate, trascorse in tempi lontani. A due anni di distanza dall’inizio dell’epidemia ci si rende conto inequivocabilmente che le donne sono escluse dalla seconda memoria, che non è più una malattia, ma il segno dell’evoluzione naturale della specie umana e dell’immortalità del genere umano maschile. Gli uomini non muoiono e ricordano le loro precedenti vite, mentre le donne continuano ad essere condannate a vivere una vita sola. Scopertisi immortali gli uomini perdono interesse alla conservazione della vita e cambiano il loro atteggiamento di fronte alla morte che è ormai una spiacevole formalità, che, col progredire degli studi, si sarebbe potuta completamente eliminare. Solo le donne di fronte ai moribondi non sanno “trattenere le lacrime”. La differenza e distanza tra uomini e donne aumenta. Gli uomini si abituano presto alla nuova separazione, imputandola all’antico pregiudizio del “poco cervello delle donne” e fanno a meno di loro. Sempre più donne lasciano i loro mariti e fidanzati e si rifugiano in collegi e club di sole donne. Le poche donne che rimangono con gli uomini non hanno l’obbligo di mantenersi fedeli a uno solo di loro, piuttosto quello di mantenersi lontane dalle donne che hanno scelto di vivere in comunità isolate. Queste libere dai legami di famiglia, certe della loro morte, possono seguire la propria inclinazione naturale e dedicarsi alle arti, la poesia, la pittura, la musica, “avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”. Una mattina d’estate del 2710, un’estate calda più dell’ordinario, una musicista trentenne, Agnese Grasti, mentre cerca di risolvere un passaggio della partitura musicale che sta scrivendo vive una strana esperienza. E’ sicura di avere conquistato la seconda memoria e di essere in grado di farne un uso migliore e più proficuo degli uomini. La sera fugge dall’istituto che la ospita e dopo una settimana trascorsa a riflettere in solitudine nella stanza di un avveniristico albergo della fine del terzo millennio ritorna dalle sue compagne e si suicida dopo aver consegnato a un’amica il diario “della sua straordinaria avventura”.  Le donne muoiono fa parte della raccolta di racconti omonima pubblicata nel 1951. Della raccolta fanno parte tre altri racconti ambientati in epoche diverse, tutti con protagoniste femminili. “Conosco una famiglia ... , Il primo racconto della raccolta è ambientato all’inizio del Novecento in “un centro urbano piuttosto grosso”, che pretende di essere una città mondana e colta ma è in realtà provincialissima, falsa e rozza. Nel salotto “impennacchiato, ammuffito, sconnesso, fittissimo d’oggetti” della vecchia madre si tiene il rito della visita quotidiana di figlie, nuore, nipoti alla “povera mammà”, che da poco ha perso marito e un figlio. Sfilano giovinette e anziane, spose e vedove, zie e madri, ci si scambia dimostrazioni di affetto e interesse mentre si pensa all’eredità, nelle conversazioni si parla di figli, mariti, fratelli, generi, figure evanescenti come fantasmi; la narratrice osserva e registra con fredda e distaccata cattiveria i gesti trattenuti, le parole ipocrite, i pensieri nascosti delle donne, comparse grottesche, prigioniere inconsapevoli di un mondo in via di disfacimento. I porci del 1946 è uno strano e misterioso racconto ambientato in Italia al tempo delle invasioni barbariche. Priscilla e il fratello Lucilio, dell’antica famiglia dei Valeri, sono in fuga da Roma dopo il saccheggio dei Vandali di Genserico. I due fratelli si dirigono verso nord alla ricerca della villa della nonna materna. Arrivati nella pianura piena di acqua e di nebbia i due profughi trovano una villa semidistrutta che credono l’antica casa di famiglia. Il rudere viene utilizzato dai “servi” del luogo come porcile. Priscilla sogna di ricostruire la villa. Una sera la donna riesce a trascinare il fratello a dormire tra le rovine. Nel pieno della notte un grande frastuono invade le stanze distrutte, dopo un primo momento di terrore, i due sono presi dall’ira e si rendono conto che sono i porci e i loro guardiani a provocare l’enorme rumore. Priscilla abbandona il suo progetto di ricostruzione e si rassegna a vivere nella capanna in cui si sono sistemati all’arrivo. Lucilio si mescola ai barbari, impara il mestiere di macellaio e dorme con la figlia di Arterico, il capo del luogo. Un giorno all’inizio della primavera arriva un vecchio vescovo di nome Eusebio, che passa in quei luoghi per compiere il suo ministero, si invaghisce della nobile donna romana e fa restaurare la villa. Nella casa ritornata al suo antico splendore Priscilla, attorniata dalle figlie di Arterico, amministra i riti di una religione cristiana e barbara insieme, “ma il baccano dei porci e dei porcari le arrivava sempre da dietro la parete a cui poggiava il suo letto”. Lavinia fuggita è considerato uno dei capolavori dell’opera di Banti. La storia è ambientata a Venezia nell’orfanatrofio della Pietà agli inizi del 1700, al tempo in cui fu maestro del coro Antonio Vivaldi. Lavinia, Zanetta e Orsola sono tre orfane “figlie di coro”, che imparavano a suonare e cantare ed erano  famose in tutta Europa per la loro bravura. Fin da piccola Lavinia è bravissima in tutti gli strumenti, ma la sua passione è scrivere musica; da qualche tempo di nascosto da tutti ha cominciato a cambiare le partiture del maestro Vivaldi, una volta ha riscritto interamente un oratorio del maestro approfittando della sua mancanza. Lavinia si è confidata con Orsola che è affascinata dall’amica e la sprona a parlare con Vivaldi. Il racconto si apre con la partenza di Orsola dall’orfanatrofio, per andare sposa a un ricco mercante, e l’incontro tra il barcaiolo Iseppo, venuto a prendere Orsola, e Zanetta, scesa a salutare l’amica in partenza. Le due donne si ritrovano a Chioggia, Orsola moglie del mercante e Zanetta moglie di Iseppo divenuto fornaio. Non sono mogli come le altre e tutti i pomeriggi Zanetta va in visita a Orsola. Nel silenzio dei loro incontri riaffiorano i ricordi del passato, quando le due donne erano ragazze all’orfanatrofio. Così la storia di Lavinia fuggita viene raccontata come un ricordo, “un gran ricordo”. Una volta l’anno, d’estate, le ragazze della Pietà passavano un giorno di vacanza all’aperto. Quell’anno la gita era stata alle Zattere il giorno dell’Ascensione. Nel pomeriggio di quel giorno Lavinia venne convocata dalla Priora alla presenza del Doge e del maestro Antonio Vivaldi. Zanetta e Orsola videro uscire dal padiglione Lavinia piangente con in mano il suo libro di musica, non seppero mai che cosa fosse successo durante quell’incontro. La sera alla Pietà Lavinia era scomparsa e di lei non si ebbero più notizie. Solo dopo che fu sparita Zanetta e Orsola ricordarono i discorsi degli ultimi giorni “Devo tornare laggiù, qui non c’è posto per me, e ho bisogno di spazio. Mi vestirò da uomo, farò il pastore, all’aperto, sotto il sole e la luna.” Dopo la sua scomparsa le due amiche non sopportarono più di rimanere alla Pietà, Orsola decise di maritarsi e Zanetta la seguì, insieme hanno conservato il quaderno di tela rossa e gialla delle musiche di Lavinia. Banti ricorda nel suo ultimo libro Un grido lacerante Lavinia insieme ad Agnese di Le donne muoiono come donne “dell’eccezione contro la norma del conformismo”, inventate per reclamare “la parità della mente e la libertà del lavoro”. 

Anna Banti (1895-1985), pseudonimo di Lucia Lopresti, è una scrittrice italiana del Novecento. Banti frequenta a Roma il liceo classico e si laurea in storia dell’arte. Inizia a scrivere saggi di critica d’arte. Nel 1924 ha sposato Roberto Longhi, suo ex professore di liceo di arte e storico dell’arte. Nel 1929 per allontanarsi dall’attività del marito decide di abbandonare la critica d’arte e comincia a scrivere racconti e romanzi. Tra le sue opere più note il romanzo Artemisia ricostruzione della vita della pittrice Artemisia Gentileschi e Noi credevamo, romanzo in prima persona del Risorgimento di Domenico Lopresti, nonno della scrittrice, da cui è stato tratto il film omonimo di Mario Martone. Di Anna Banti è stato da poco pubblicato Racconti ritrovati. (http://www.letteraturaitalia.it/le-donne-muoiono-di-anna-banti/)

 


Anna Banti - Je vous écris d'un pays lointain


Anna Banti

Je vous écris d'un pays lointain

Vincitore 1972

Mondadori, 1971

 

La scrittura della Banti riflette, ora che la vecchiaia è una lucida realtà (scrive questa raccolta a 73 anni) e ora che ha perso il suo amato e inseparabile compagno e maestro (il famoso critico d’arte Roberto Longhi), le note dolenti dell’esistenza di una donna che ha vissuto a lungo e intensamente, senza lesinare, e ora, approssimandosi alla fine della vita, non ha paura di narrare l’esistenza nelle sue luci e nelle sue ombre. Il viaggio interiore della scrittrice ci parla di desiderio, di fame di conoscenza, di ricerca, di distacco, di solitudine, di perdita, di allontanamento da sé e dalle cose più care. Il viaggio personale della donna si sovrappone, nei racconti, alla narrazione di un viaggio inteso realisticamente come spostamento nello spazio e nel tempo, un viaggio impegnativo e ricercato che riflette l’amore della scrittrice per le epoche di trapasso e decadenza, i buchi neri della Storia. La scrittura conduce la Banti indietro in un tempo tra le cui amare vicende il viaggio si delinea come ricerca spasmodica di una meta agognata dall’autrice e dai suoi personaggi. I primi tre racconti sono ambientati in un passato remoto, l’epoca delle invasioni barbariche, mentre l’ultimo è un piccolo esperimento, quasi un racconto di fantascienza. Una scrittura virile, essenziale, un andamento saggistico contraddistinguono la narrazione dalla quale emerge chiaramente il concetto del viaggio come paradigma di vita/morte; si muore e si rinasce quando si intraprende un viaggio e quando si ritorna a casa in una eterna e bivalente altalena esistenziale. Anna Banti si comporta come un’inviata spazio-temporale: si siede in terra e con l’accorta e la minuziosa ispirazione di un cronista, registra gli attimi cruciali di avvenimenti che non conosciamo poiché appartengono a momenti bui della Storia, ma la scrittrice invece è li nel fango, tra le scorribande dei barbari (i goti, i franchi, i godoari). Il viaggio personale della donna, l’esigenza di purificarsi dopo tanto dolore e di ritornare alle origini del male si sovrappone al racconto della scrittrice sulle origini delle barbarie (guerre, devastazioni, epidemie, fratricidi).

 

Anna Banti - Un grido lacerante



Anna Banti

Un grido lacerante

finalista 1981

Rizzoli, 1981

 

l libro è fondato sulla vicenda autobiografica dell'autrice, seguita fino alla tarda età (Anna Banti pubblicò questo lavoro quando aveva 86 anni). La protagonista è chiamata Agnese Lanzi e osservata come dall'esterno, la narrazione è in terza persona. In genere, i personaggi rimangono senza nome, con poche eccezioni, limitate a un nome di battesimo. Il marito della protagonista, figura centrale che si riferisce a Roberto Longhi, è chiamato semplicemente Delga. Si narra la vicenda umana di Agnese Lanzi, dalla nascita alla tarda età. Bambina e adolescente molto dotata, compie gli studi per diventare storica dell'arte. Il suo primo incarico, come responsabile di un piccolo museo dell'Abruzzo, si conclude con una grave malattia e un tentativo di suicidio. Da questo emergerà solo grazie al suo professore, Delga, che ne fa la sua sposa e compagna di vita e ricerche. Però Agnese non è più la stessa e l'impeto verso la storia dell'arte si tramuta in una svolta verso la letteratura a carattere storico. Così conosce un certo successo come scrittrice, mentre il suo matrimonio procede felice, ma non fecondo. Alla morte del marito, assai più anziano di lei, Agnese si ritrova a fronteggiare una spiacevole situazione, creata dalle volontà di Delga, che ha lasciato la sua eredità culturale in mano a un suo assistente, con il mandato di farne un centro studi.

 

Anna Banti - Le mosche d'oro





Anna Banti

Le mosche d'oro

Candidato 1962

(Edizione Mondadori, 1961)

 

È un romanzo che potrà risultare inatteso, anche se dai primi suoi libri, compresa quell'Artemisia che vibra di tutte le risonanze dell'anima moderna, Anna Banti è sempre mossa da una strenua scelta di temi e motivi della società e della moralità d'oggi. Ma non era mai pervenuta a centrarli con l'accanita asciuttezza e insieme la fedeltà più spregiudicata alla registrazione dei fatti, in breve con la libertà narrativa de Le mosche d'oro. Qui la sua presa di posizione è ancora più ardua e decisa che nei precedenti romanzi e racconti e investe uno dei problemi chiave della gioventù del nostro tempo: il mito della disponibilità e dell'anticonformismo, l'ambizione di arrivare alla felicità per la felicità, bruciando vanamente, al di là di una moralità consapevole, la propria esistenza. Affrontando una realtà cosi volutamente oggettiva, inseguendo alternativamente le vicende parallele di due giovani vite, la Banti si è avventurata allo scoperto: e senza venir meno alla tagliente acutezza dei suoi tracciati psicologici ha raggiunto una semplicità e un'agevolezza narrative da roman de moeurs, che costituiscono una sorprendente novità non soltanto formale.

 

 



Anna Banti - Artemisia





Anna Banti

Artemisia

Candidato 1948

(Edizione Bompiani, 2003)

 

Oltraggiata appena giovinetta, nell'onore e nell'amore.Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro.Che tenne scuola di pittura a Napoli.Che s'azzardò, verso il 1638, nell'eretica Inghilterra.Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi. (Anna Banti)