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Dante Troisi |
L'inquisitore dell'interno sedici |
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finalista 1987 |
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Studio Tesi, 1986 |
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Per rispondere alla domanda se e quando il Signore tornerà sulla terra, un uomo opera su se stesso una reale, profonda lacerazione. Sergio M., ancora giudice di un disorientato Tribunale dei nostri giorni, indossa il saio e diventa l'inquieto padre Sergio, ma diventa anche Ignazio, mandante, e Egidio, sicario di un delitto rituale: l'uccisione di padre, madre, moglie e figlio. Il sacrificio è concepito per svelare l'eternità del Male, l'impotenza del Bene, la vana attesa della Parusia. Intanto, tra un cortile condominiale e il Viale dei platani, si svolge l'umile controcanto di altri personaggi, incorrotti "doppi" delle vittime e del loro carnefice. L'arrotino, Diomira, Loriana e un bambino recitano la consapevole acccttazione della vita, alla quale finirà con l'aderire e partecipare, ricomposto in unità, il tormentato protagonista. Dante Troisi, in questo nuovo romanzo, non abbandona l'abituale aggressione alla coscienza del lettore né la tecnica dello scavo psicologico, e però scopre una inconsueta mitezza. Dalle pagine, dove la nudità di ogni parola è controllata col rigore di sempre, affiora una convinta fede nella fraternità e nella non violenza. |
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Dante Troisi - L'inquisitore dell'interno sedici
Dante Troisi - I bianchi e i neri
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Dante Troisi |
I bianchi e i neri |
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finalista 1965 |
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Mephite, 2005 |
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Con ‘I bianchi e i neri’ (1965), Dante Troisi torna al modulo narrativo felicemente inaugurato, dieci anni prima, in ‘Diario di un giudice’. Lo scranno del magistrato ridiventa il luogo privilegiato dal quale lo scrittore osserva (e descrive) un’umanità dolente (tragicamente spaccata in giudicanti e giudicati, tormentatori e tormentati, persecutori e perseguitati: in 'bianchi' e 'neri', appunto), che, a distanza di diversi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, si dibatte ancora, e si lacera, fra miseria e superstizione, sopraffazione e ignoranza. Vincitore del premio 'Selezione Campiello' nel 1965, ‘I bianchi e i neri’ costituisce una delle prove più alte dello scrittore originario di Tufo (AV). |
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Dante Troisi - Voci di Vallea
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Dante Troisi |
Voci di Vallea |
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Candidato 1969 |
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(Edizione Mephite, 2006) |
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Intanto pensiamo all'ambientazione dei 41 racconti; Vallea, il luogo che come la Regalpetra di Sciascia, "si capisce, non esiste: «ogni riferimento a fatti accaduti e a persone esistenti è puramente casuale»". Ma esistono tanti paesi - tanto per dire Racalmuto e Tufo - che somigliano a Regalpetra e a Vallea; quest'ultima una terra sconosciuta sulle mappe, introvabile persino sulle minuziose carte del Touring Club eppure vivente, colma di vitalità, popolata di personaggi impossibili, che racconta e spiega un'esistenza ilare e disperata, benigna e malvagia, tenera e feroce, interamente calata in una visione del mondo primitiva e arcaica ma intimamente realistica nella sua carnale meridionalità. |
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Dante Troisi - Diario di un giudice
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Dante Troisi |
Diario di un giudice |
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Candidato 1956 |
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(Edizione Sellerio, 2012) |
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Diario di un giudice uscì nel 1955 nei «Gettoni», celebre collana diretta da Elio Vittorini per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l’autore finì nei guai. Per averlo scritto, «diffamando la magistratura», il giudice Dante Troisi fu sottoposto a provvedimento disciplinare e sanzionato con una «censura». Elio Vittorini interpretò il testo sottolineando il suo essere specchio di una «società primitiva, impetuosa e insieme come stupefatta di non riuscire ad avere altro di civile che avvocati e giudici». Tra testimonianza e finzione, il libro si presenta al lettore come un diario nel vero senso della parola, in cui un uomo che di mestiere giudica gli altri, destinato per ufficio a una cittadina meridionale, riversa giorno per giorno, a ciglio asciutto, dal lunedì alla domenica, tutto ciò che gli capita, nel lavoro, in famiglia, tra colleghi, in città. E ciò che succede nella sua coscienza. Così, accanto alla rappresentazione di una società inesorabilmente arretrata e di magistrati che si sentono non uomini di giustizia ma d’ordine quasi fossero l’occhio vigilante di una gerarchia il cui corpo morale è costituito dal prete, dal medico, dal militare, dal signore, la lettura fa oggi l’effetto di una riflessione, dolente, impietosa, sul fare giustizia. Una riflessione resistente al tempo. Mentre scava nella coscienza dell’imputato, il giudice lacera la sua. Registra, con uno stupore non logorato dalla routine, il consegnarsi del dolore del vivere, che si libera senza ritegno e senza mediazioni nella camera rituale. Scruta facce e storie misteriosamente predestinate alla colpa, che non hanno dalla loro nemmeno la fortuna di suscitare pietà. S’interroga su come l’arbitrio sugli esseri umani possa diventare un campo di interessi e di favori. Riconosce quell’aria conventuale, quel tanfo di sagrestia che terribilmente sembra separare i magistrati dalla vita. Infine, confessa come un segreto di cui è urgente liberarsi, l’attrazione angosciosa che esercita il potere di giudicare. «Ho la vocazione a fare il giudice. Mi sono agitato per negarlo, ma in questa professione ho il migliore rifugio, la difesa più sicura». Diario di un giudice è un racconto di concreta verità e insieme una meditazione di grande fervore esistenziale. Questo mescolarsi di cronaca sociale e confessione ne fa un classico: forse il più importante romanzo su un giudice mai pubblicato in Italia. |
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