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Virgilio Scapin - La giostra degli arcangeli


Virgilio Scapin

La giostra degli arcangeli

Finalista narrativa italiana 1984

Longanesi, 1983


Se è ancora vivo il paese di Breganze (un paese diviso tra l'essere « un santo alveare con tante api operaie... » O « un pascolo di morte... luogo di dottrine e di predicazioni anticristiane e antisociali »), vivo deve essere il romanzo che lo completi. Virgilio Scapin è da un ventennio, con fedeltà e con bravura compenetrate, il narratore di questo posto: di un sito, proprio nella vocazione e tradizione dei veneti migliori, da Ippolito Nievo a Meneghello. E come loro, Scapin non è scrittore di genere, ma di autentica qualità storico-letteraria; provinciale non per timidezza e per rinuncia, ma per necessaria misura di giudizio e di lingua. Anche in questo La giostra degli arcangeli egli insegue narrativamente la conoscenza del «suo luogo», senza ripeterne per cronaca o fabula le scene straordinarie quanto fisse della rappresentazione convenuta e conveniente; ma distinguendone e congiungendone ogni moto con quello letterario e facendone lievitare ragioni ed espressioni nella coscienza della lingua. La vicenda di questo bel romanzo ha una ampiezza storica, lungo i decenni successivi all'unità del regno d'Italia, dentro una provincia catturata ma non convinta, offesa più ancora che sconvolta nella sua attonita coscienza cattolica, stratificata secondo la fatale spiritualità e temporalità dei poteri, dove i contadini, come massa informe e dolente, vengono spinti da una parte dalle prediche e dalle le minacce dei preti e dall'altra dalle lusinghe e dagli istituti dei padroni liberali. Scapin riesce a far andare veloce e alta sopra tutto il posto la « Giostra » per lo stimolo del suo disincanto civile, per l'eccitazione della sua irriverente sfida letteraria e anche per l'amara ironia di chi, non tanto prima, condivideva quelle credenze, colpe, speranze che adesso svela e trapassa. Paolo Volponi

 

Virgilio Scapin - Il bastone a calice


Virgilio Scapin

Il bastone a calice

finalista 1995

Neri Pozza, 1994

 

Una piccola contadina entra al servizio della padrona di una grande villa veneta. Il romanzo fa soprattutto parlare la villa - stanze per la frutta, granai, magazzini, ripostigli, stanze per distillare la grappa, camerotte della servitù. Le testimonianze sono negli oggetti: il bastone a calice, gli schioppi, gli spiedi, gli orologi, le fotografie delle generazioni di sposi che si rispecchiano in quelle sulla tomba di famiglia. Nume tutelare della casa è la vecchia cieca, la suocera della padrona, che vive in una stanza isolata armata del suo bastone col quale minaccia chiunque le si avvicini. La cameriera bambina cresce e diventa una donna, smascherando difetti e ossessioni della padrona, incluso l’attaccamento ai foglietti di "carta maron" che tiene nascosti: le banconote da mille lire da cui mai si separa. Due guerre mondiali passano per la villa, a sconvolgerne i riti e le usanze. Nella prima la grande dimora diventa ospedale. Con la seconda guerra, la padrona non c'è più, è rimasto uno dei figli.