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Augusto De Angelis - La notte fatale


 


Augusto De Angelis

La notte fatale

Serie Carlo de Vincenzi

# 11

 

I romanzi del Cigno, 1940

 

Un po' dappertutto questo romanzo viene indicato come titolo facente parte della serie ma in realtà è una riedizione del primo titolo del ciclo "Il banchiere assassinato), come si evince dalla introduzione di Loris Rambelli a "Il banchiere assassinato" edizioni Falsopiano, 2017:

"Ebbene, proprio in preda a un editore che pubblicava gialli a una lira e venti centesimi  doveva capitare il Banchiere assassinato. Ci si riferisce alle edizioni milanesi Ausonia  e alla collana quindicinale «I Romanzi del Cigno», dove il testo di De Angelis, adattato al letto di Procuste di ventiquattro pagine, su due colonne fitte fitte, compare  col titolo La notte fatale il 29 febbraio 1940¹⁰."

 

Augusto De Angelis - Il mistero delle tre orchidee


 


Augusto De Angelis

Il mistero delle tre orchidee

Serie Carlo de Vincenzi

# 15

 

Sellerio, 2001

 

«De Vincenzi vide il cadavere, vide Cristiana e vide l’orchidea. Ai cadaveri e alle donne era abituato alle orchidee un po’ meno, per quanto invece le amasse assai di più. Così il suo sguardo si arrestò più lungamente e con compiacenza sul fiore. Mostruoso fiore fatto di carne, nato dal limo in putrefazione, cresciuto in una atmosfera da tropico». Il capostipite del giallo all’italiana, Augusto De Angelis, creò il suo personaggio del Commissario De Vincenzi in piena età fascista, quando i romanzi polizieschi erano considerati un genere di scarso gusto, fantasticherie addirittura corruttrici, ed erano sottoposti a bizzarre restrizioni (i colpevoli non potevano essere italiani, e gli ambienti del delitto dovevano essere stranieri o stravaganti). Circostanze che rendevano la disciplina dell’intreccio ancora più severa, e ancora più necessaria l’unica grande libertà concessa al giallista di genio: la personalità del poliziotto. E i romanzi gialli di De Angelis rispettano questa ineluttabile consegna. Strappati dalla vita ordinaria, la loro trama deve complicarsi in modo strabiliante e restare un ingranaggio che funziona, coinvolgendo caratteri e moventi lontanissimi ma uniti da invisibili fili con un unico capo; gli scenari esotici, proprio perché tali, devono convincere con la precisione; e l’investigatore, deve essere all’altezza delle difficoltà, ma con qualcosa nel carattere a renderlo familiare e umano: nel caso di De Vincenzi, un rigoroso ragionatore e soave umanista, amante di poesia e abilissimo a immedesimarsi nelle psicologie. Con questi elementi, De Angelis inventava il giallo all’italiana. Tre cadaveri, uno dopo l’altro, sono trovati nella Casa di Mode di Cristiana O’Brian, dama dal fascino avvolgente come il suo corpo flessuoso, ma di oscuro passato, dal quale vede, con terrore, riemergere un viso antico e minaccioso. Accanto a ogni cadavere, una orchidea. Le indagini di De Vincenzi sbalzano eventi e persone dal passato al presente, da una riva all’altra dell’oceano, dalla Milano raffinata e alla moda degli anni Trenta agli ambienti dei gangster americani, da false a vere identità; e li forzano a svelarsi con due trucchi: uno di De Vincenzi e l’altro del destino.

 

Augusto De Angelis - Il mistero di Cinecittà


 


Augusto De Angelis

Il mistero di Cinecittà

Serie Carlo de Vincenzi

# 14

 

Sellerio, 2003

 

Le date dei romanzi polizieschi di Augusto De Angelis, dal ’35 al ’44, cadono tutte in un’epoca che non amava il giallo. Genere «tecnico» di narrazione, manovrabile a piacimento, vi si potevano imporre regole restrittive senza tanto intaccarne «l’arte»: per esempio, come fece il Minculpop, si potevano richiedere ambienti esotici, protagonisti stranieri o in qualche modo già segnati dal vizio, trionfo immancabile della giustizia, infallibilità dell’investigatore. Regole alle quali De Angelis si atteneva senza sforzo, perché padrone assoluto del mestiere. Ma più che piegarsi, si capisce che vi adattava il suo straordinario talento letterario, sicché il prodotto finale è lontanissimo per qualità a quelli suoi contemporanei, che portano l’aroma inconfondibile della imitazione mal riuscita. Tanto da poter dire che con De Angelis siamo nella prima fucina del «giallo all’italiana», alle prime anticipazioni di quel fenomeno letterario che esploderà in tutto il suo fulgore negli anni del boom economico, così lontani da lui. E lo si vede prima di tutto nella scelta del protagonista fisso delle sue avventure, De Vincenzi, commissario, degli uffici tra Roma e Milano, ma colto, pensoso, incline a una qualche forma di malinconia dalle origini enigmatiche, prototipo dell’«umanesimo» che caratterizza tanti investigatori all’italiana. E dall’andamento sinuoso, liquido quasi delle sue storie, che si complicano infiltrandosi in ogni spazio possibile, degli ambienti, della psicologia dei personaggi, del tempo narrativo, ad anticipare ancora una volta la cura della scenografia propria della scuola italiana. E infine lo si vede dal sapore teatrale della sua organizzazione narrativa: «teatro in giallo» è stato definito il suo lavoro, che porta il gusto di commedia così caratteristico dei suoi successori. Il mistero di Cinecittà, il terzo romanzo pubblicato da questa casa editrice, capolavoro del genere, «è soffusamente erotico», come dice nella sua Nota Beppe Benvenuto, «quasi un testo da precursore: storia di delitti in serie, ossessivi, da serial killer».

 

Augusto De Angelis - Le sette picche doppiate


 


Augusto De Angelis

Le sette picche doppiate

Serie Carlo de Vincenzi

# 13

 

Sonzogno, 1940

 

Milano e il solito nebbione, gennaio. Una sala da gioco fumosa, tre tavoli e dodici giocatori. Tutti hanno un motivo per uccidere e tutti nascondono un segreto per il quale essere assassinati. In quello spazio claustrofobico, al colmo della tensione, viene commesso un omicidio. Chi ha ucciso e perché? La cinica direttrice della sala, per la quale un morto è solo un guadagno in meno? L’incallito delinquente per cui il denaro è l’unico scopo di vita? Il nobile milanese dai tanti scheletri nell’armadio? Il Sir inglese tanto gentile ed educato? Il giovane rampollo rancoroso e inetto? La diva del cinema hollywoodiano oramai lontana dai palcoscenici? La giovane nevrotica incapace di controllarsi? Grazie al suo intuito, De Vincenzi riuscirà a decifrare anche questo rebus, un labirinto in cui le carte da gioco sono i taselli di un terribile puzzle.

 

Augusto De Angelis - L'impronta del gatto


 


Augusto De Angelis

L'impronta del gatto

Serie Carlo de Vincenzi

# 12

 

Sellerio, 2007

 

A leggere Augusto De Angelis e la sua saga del Commissario De Vincenzi della Mobile di Milano, di cui in questa collana pubblichiamo la sesta avventura, si incontra subito il piacere di un buon giallo, di articolato costrutto, dai vivi personaggi e dalle scenografie esoticamente tardo Déco. Ma c’è anche un interessante contorno storico che rende più stimolante intellettualmente e complesso il processo dell’immedesimazione. Augusto De Angelis scriveva, problematicamente e con pieno successo nel Ventennio fascista, inaugurando in Italia un genere letterario, il giallo, che il regime, vanaglorioso di «porte aperte», vedeva come fumo negli occhi. Per cui i suoi polizieschi sono un saggio, una testimonianza, dei rapporti tra il fascismo e la cultura, tra sudditanza obbligata e indipendenza inevitabile, tra occhiuto controllo e margini di libertà. Innanzitutto l’ambiguo rapporto con la cultura di massa: pur avendo in sospetto il fascismo il genere giallo, con De Angelis, scrittore benaccetto, nasceva in quell’epoca l’autentico giallo italiano, non più la scialba, balbettante ripetizione dei soliti investigatori importati da Francia America o Gran Bretagna, a dimostrazione che con la cultura di massa allora incipiente, promossa e ampiamente sfruttata dal potere, era d’obbligo accogliere anche i frutti meno digeribili. Nondimeno, il Minculpop esigeva le sue regole: solo delitti in ambienti esotici e viziosi, cosmopolitici o bohémien; solo delinquenti stranieri e con lo stigma di qualche depravazione; solo lieto fine, affinché smascherare il colpevole magnificasse il trionfo dell’ordine sul disordine. L’autore le rispettava, ma senza rinunciare a far trasparire, a capirlo come oggi si capisce, una sua distanza, un suo afascismo: nel carattere scettico, privo di protervia e di entusiasmo, antieroico, malinconico, di gusti umanistici e atteggiamenti tolleranti del Commissario da lui creato. Il quale, nell’inchiesta dell’Impronta del gatto affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso.

 

Augusto De Angelis - La gondola della morte


 


Augusto De Angelis

La gondola della morte

Serie Carlo de Vincenzi

# 10

 

Falsopiano, 2015

 

Dal mondo della moda ai set cinematografici, dagli ambienti corrotti dal vizio del gioco allo spiritismo. Spionaggio, serial killer spietati, assassini senza scrupoli, passioni e sentimenti estremi. Tutte le indagini di uno degli investigatori più famosi della storia italiana del giallo, l'inimitabile Commissario De Vincenzi: Il banchiere assassinato, Sei donne e un libro, Giobbe Tuama & C., La barchetta di cristallo, Il canotto insanguinato, Il candeliere a sette fiamme, L'albergo delle tre rose, Il do tragico, Il mistero della Vergine, La gondola della morte, L'impronta del gatto, Le sette picche doppiate, Il mistero di Cinecittà, Il mistero delle tre orchidee. In chiusura viene proposto Robin agente segreto, il primo romanzo di Augusto De Angelis.

 

Augusto De Angelis - Il mistero della Vergine


 


Augusto De Angelis

Il mistero della Vergine

Serie Carlo de Vincenzi

# 9

 

Falsopiano, 2015

 

Milano, giugno 1937. La calura estiva è una cappa insopportabile che pesa sulla città. Manca una settimana al Gran Premio Ippico di San Siro, uno degli appuntamenti più importanti della stagione. Una sconosciuta cavalla americana, ignota al circuito europeo e di proprietà del Barone Verbena e di sua figlia Verità, appare come il purosangue favorito. Ma tutti i fantini in predicato di guidare “Vergine” alla vittoria, questo è il suo nome, vengono barbaramente assassinati. In una Milano d’estate, fra temporali violenti e improvvisi, “anime morte” che ritornano e locali amati dai nottambuli, De Vincenzi scoprirà a poco a poco la soluzione di un atroce mistero, uno dei più inquietanti e folli della sua carriera di Capo della Mobile.

 

Augusto De Angelis - Il do tragico


 


Augusto De Angelis

Il do tragico

Serie Carlo de Vincenzi

# 8

 

Falsopiano, 2015

 

Milano, 22 dicembre 1928. La nebbia è impenetrabile. Sei persone ricevono un'identica busta azzurra che li fa precipitare nell'angoscia. Contemporaneamente, una cantante lirica cade svenuta al primo do maggiore durante un programma radiofonico. Chi l'ha barbaramente uccisa? E perché? In un crescendo musicale, fra personaggi equivoci, interrogatori meticolosi e un misterioso cofanetto, anche questa volta l'intuito del Commissario riuscirà a risolvere l'enigma. Una delle inchieste più intriganti del Capo della Mobile milanese.

 

Augusto De Angelis - L'Albergo delle Tre Rose


 


Augusto De Angelis

L'Albergo delle Tre Rose

Serie Carlo de Vincenzi

# 7

 

Sellerio, 2002

 

Augusto De Angelis è considerato il capostipite del giallo all’italiana. Inventore, come scriveva Oreste del Buono, di un detective, il Commissario De Vincenzi «umanissimo come il Maigret di Simenon, romantico come il Marlowe di Chandler, intellettuale come il Vance di Van Dine, eppure caparbiamente italiano». De Angelis scriveva in età fascista, e nel Ventennio il giallo non era genere gradito, a meno che i personaggi non agissero in loro ambienti marginali, popolati di individui bizzarri ed eccentrici, mai rappresentativi dell’italiano medio, stranieri preferibilmente. Era così nel primo romanzo pubblicato in questa collana Il mistero delle tre orchidee, la cui trama si svolge nel mondo cosmopolitico ed ecumenico degli attori. E in questo Albergo delle Tre Rose. Ma quella che a ben vedere funzionava come restrizione e autocensura divenne per De Angelis una risorsa. Il suo eroe, De Vincenzi, in quei mondi diversi può assumere senza apparire sussiegoso, la piega amara dello scetticismo, e dedicarsi, senza irrealismo, a raffinatezze intellettuali. E il mondo del delitto può essere rappresentato nelle tinte fosche, violente e senza romanticismi che anticipano la crudezza di un certo filone del giallo ambrosiano. In un albergo popolato di strani figuri che si dedicano, la notte, al gioco d’azzardo, è stato ucciso, prima pugnalato e poi impiccato, un giovane inglese. Seguono a questo altri omicidi, mentre arriva in albergo un avvocato, anch’egli inglese, che deve leggere agli eredi un testamento la cui validità è, misteriosamente, sottoposta alla presenza di tre bambolette di porcellana. E in questa atmosfera alla Agatha Christie, De Vincenzi indaga, e scopre una verità che alla fine niente ha a che dire con le raffinatezze del delitto all’inglese. Piuttosto con la turpe e disillusa «Milano calibro 9» che sarà di Scerbanenco.

 

Augusto De Angelis - Il candeliere a sette fiamme


 


Augusto De Angelis

Il candeliere a sette fiamme

Serie Carlo de Vincenzi

# 6

 

Sellerio, 2005

 

Oltre la presa tipica dell’intrigo poliziesco, questo romanzo del padre nobile del giallo italiano può attrarre anche per un curioso interesse storico. Può servire da esempio per illustrare la politica del fascismo verso la narrativa criminale; politica che imponeva per i protagonisti negativi nomi stranieri e ambienti bizzarri e inusuali. De Angelis, il quale nel 1944 fu ucciso dall’aggressione violenta di un fascista, scrisse i suoi romanzi nel Ventennio e, senza in nulla essere un entusiasta – anzi, dal commissario De Vincenzi, il detective da lui creato, irradia un pessimismo poco conforme – non sfugge alle regole. Così Il candeliere a sette fiamme inizia con la scoperta di un cadavere di incerta nazionalità, sventrato in uno squallido alberguccio di Milano, ma porta il commissario De Vincenzi ad attraversare il Mediterraneo nel seguito dell’inchiesta, che rapidamente volge in un’avventura di spionaggio implicante l’appena nata questione palestinese, con sprazzi tenebrosi e quasi gotici (come già il titolo fa presagire). Naturalmente, tranne De Vincenzi e il suo aiutante, i personaggi sono appunto tutti stranieri e assai bizzarri: un uomo ragno, un tipetto di inglesina, tedeschi-arabi, e una organizzazione di ebrei. E – seconda curiosità storica e non meno importante – gli ebrei, se pur descritti fisicamente un paio di volte secondo lo stereotipo all’epoca imperante, al contrario di questo, moralmente sono gli eroi positivi, e De Vincenzi sta visibilmente (e malinconicamente) dalla loro parte. A riprova di quanto diceva Chesterton, che il romanzo poliziesco «si basa sul fatto che la moralità è il più oscuro e ardito dei complotti».

 

Augusto De Angelis - Il canotto insanguinato


 


Augusto De Angelis

Il canotto insanguinato

Serie Carlo de Vincenzi

# 5

 

Sellerio, 2014

 

È considerato il primo vero detective italiano. Si chiama De Vincenzi e nasce, con tutta evidenza, in contrapposizione ai grandi investigatori sulla scena all’epoca, Maigret in prima fila. Cosa lo distingue? È colto, legge Stendhal e Freud, silenzioso, marcatamente malinconico (per distanziarlo, forse, dall’ottimismo di facciata del Regime). Personale il metodo d’indagine. «Rabdomante dei sentimenti» lo presentava il motto editoriale del tempo: nel senso che la verità del delitto la cerca nella psicologia delle persone, in motivazioni e impulsi profondi. Dice degli indiziati: «un uomo non reca con sé un mistero ma un problema». Nasceva allora il giallo all’italiana che ancor oggi conserva le tracce evidenti gettate dal suo grande e in vita sfortunato promotore, Augusto De Angelis (che fu incarcerato per antifascismo nel 1943 e, dopo la prigionia, morì per le conseguenze di un pestaggio). Il commissario De Vincenzi ha interrogato a lungo, senza esito, un impenetrabile personaggio. Il russo Ivan Kiergine, un giocatore giramondo, fortemente sospettato per la scomparsa della sua amante, la francese Paulette. Un canotto con sul fondo una pozza di sangue, una borsetta con un fermaglio di rubini e un impermeabile rosso conducono a credere che sia stato consumato un omicidio. Ma Kiergine non parla, mostra al contrario una signorile dignità morale, un sincero accoramento per l’amata di cui è certo che non sia morta, un’indifferenza per la propria sorte. De Vincenzi decide di liberarlo, convinto che con le sue mosse l’uomo svelerà se stesso e l’intrigo di cui appare il protagonista. Kiergine si sposta da Milano a Sanremo; sempre imperturbabile perde alla roulette, forse volontariamente, la sua fortuna. Intanto, attorno a lui piovono cadaveri e si incrociano strane persone; e il commissario segue, tra Sanremo, Nizza, e poi Strasburgo e la Germania, la pista, che porterà non si sa se a un groviglio passionale o a un imbroglio di spie. O entrambi.

 

Augusto De Angelis - La barchetta di cristallo


 


Augusto De Angelis

La barchetta di cristallo

Serie Carlo de Vincenzi

# 4

 

Sellerio, 2004

 

«Nel romanzo poliziesco tutto partecipa al movimento, al dinamismo contemporaneo: persino i cadaveri che sono anzi i veri protagonisti dell’avventura. Nel romanzo poliziesco ci riconosciamo quali siamo: ognuno di noi può essere l’assassino o l’assassinato». Fresco e modernissimo, il genio narrativo di De Angelis – e si capisce anche da questa caratterizzazione del giallo come il genere che parla da vicino della realtà vera e dell’umanità che la abita. Il suo commissario, De Vincenzi, è destinato a restare nella memoria un tipo di investigatore «annusante», come Maigret, che cerca di assorbire le atmosfere prima di tutto, per capire i contesti esistenziali in cui matura, da cui deriva, il crimine; e si muove lento, senza ansia, da una portineria a un bar, a un appartamento, in attesa che l’evento, l’oggetto, l’incontro, la frase rivelatori, facciano balenare l’intuizione giusta: poi basta seguirla con pazienza minuziosa per sciogliere il triste mistero del crimine. E trovare una conferma in più del proprio pessimismo sulla vita. La barchetta di cristallo è del 1936: un prezioso gingillo, in apparenza una piccola cosa di pessimo gusto, collega due case, due stili di vita, e due morti, un marchese nobilissimo e un vecchio ex capitano di lungo corso dalla vita eccentrica e notturna. Due mondi diversissimi. Sembrano all’inizio uniti casualmente solo dalla comune frequenza, da parte dei diversi soggetti, di un circolo culturale, in realtà una bisca, i cui locali, come una metafora viva, stanno nel mezzo tra i due ambienti. La traccia appare a De Vincenzi quando si accorge di quanto spesso torni, nelle varie biografie, l’aver soggiornato in una città della remota Cina. E placido la segue. Ma le differenze con Maigret, al quale è stato spesso avvicinato, in verità sono profonde: De Vincenzi è un raffinato poeta, anche se non esibisce la sua dote, come i tanti investigatori dandy alla Philo Vance; non sembra soddisfatto di fare il commissario; è un colto lettore, ma non fa mostra di cultura; è un appassionato di psicologia, un freudiano (in un tempo, il ventennio fascista, in cui parlare di inconscio era già rendersi sospetti) e, in effetti, questo non lo nasconde. A volte, distante distaccato e taciturno, sembra osservare la scena proprio come da seduto dietro il lettino dello psicanalista.

 

Augusto De Angelis - Giobbe Tuama & C.


 


Augusto De Angelis

Giobbe Tuama & C.

Serie Carlo de Vincenzi

# 3

 

Sellerio, 2008

 

Milano 1934, Fiera del Libro. Nel fervore mondano e consumistico della capitale letteraria, tra smunti intellettuali, vanitosi scrittori di cassetta e giovinette in cerca di visibilità, piomba il dramma. Sotto un bancone è trovato il cadavere, composto «come un fantoccio mostruoso» di uno strano personaggio: si chiama Giobbe Tuama, ma è conosciuto anche con un altro nome, forse non suo, Jeremiah Shanahan; è un americano, ma vive in Italia da gran tempo; ufficialmente è il seguace di una chiesa evangelica e fa propaganda di Bibbie, ma è anche un maligno usuraio. Poco prima di morire è stato protagonista in un parco di un grottesco episodio; e di notte ha incontrato un misterioso emissario, un danese che lo cercava da decenni. Il suo strangolamento non è l’unico delitto su cui il Commissario De Vincenzi, malinconico e colto poeta, è chiamato a indagare. Poco dopo un altro straniero è trovato ucciso in modo inquietante e simbolico. Tutto porta al settarismo di una conventicola di stranieri che covano odio e vendetta per ragioni lontane nel tempo. I delitti raccontati dal grande De Angelis negli anni Trenta, sono immersi in un profumo esotico e straniero. Era la regola obbligata per esorcizzare il disordine del «giallo», genere malconsiderato sotto il fascismo. Ma lui, spirito irrequieto, non fascista, innovatore, vi aggiungeva tutte quelle novità che fanno dei suoi romanzi dei classici imprescindibili. Nel mezzo della moda imperante del romanzo-enigma, ripetizione di modelli anglosassoni, i gialli di De Angelis sono inchieste condotte da un investigatore non prono sugli indizi materiali, ma al contrario interprete delle atmosfere e soprattutto della psicologia degli attori del crimine. De Vincenzi non è il solito manichino pretenzioso e saccente, ma un personaggio compiuto, un uomo solitario e scettico, dalla sensibilità inquieta, dotato di un intelletto riflessivo e sottile in un’epoca in cui si vantavano roboanti «virtù» e passioni «guerriere». In quella Milano anni Trenta, ritratta con amore meticoloso, il personaggio di De Vincenzi pare acquisire così un ruolo di critico distacco.